News / Tecnologia e società / Pensavo fosse amore, invece era un “ti lovvo”

Pensavo fosse amore, invece era un “ti lovvo”

Come, quando e perché abbiamo disimparato ad esprimerci. Evoluzione digitale e linguaggio. Cause ed effetti dell’imbarbarimento della parola.

Romeo e Giulietta, frammenti di un discorso amoroso.

Giulietta: Che cosa vuol dire la parola Montecchi? Non è una mano o un braccio, o un viso, né altra parte che appartiene ad essere umano. Ciò che noi chiamiamo col nome di rosa, anche chiamato con un nome diverso, conserverebbe ugualmente il suo dolce profumo. Allo stesso modo Romeo, se portasse un altro nome, avrebbe sempre quella rara perfezione che possiede anche senza quel nome. Rinuncia quindi al tuo nome, Romeo, ed in cambio di quello, che tuttavia non è una parte di te, accogli tutta me stessa.

Romeo: Scialla Giuly!!! Whatzappami i tuoi top names. Mi hai charmato (sono rimasto molto affascinato da te). Sono sotto a un treno (sto vivendo questo tumulto emotivo con estrema enfasi ed immenso trasporto).

Giulietta: Chi sei tu così nascosto nella notte e che inciampa nei miei pensieri?

Romeo: Giuly, ma come ki sono? 6 al balcone da due ore con questo sbatti (dilemma irrisolvibile) della rosa che profuma anke se la chiami bellazio, (parola declinata in varie forme, composta dall’unione di bella = ciao e Zio = amico), sono Romeo. Sto sotto per te (non inteso come luogo fisico “sotto al tuo balcone” ma come stato emotivo: sono molto preso da te sentimentalmente). Zero flammare (per nulla al mondo intendo finire a litigare o discutere con te tramite messaggini sul telefono). Vuoi kiamarmi in un altro modo? Btw (inglesismo da “by the way”) sono Francesco, Manfredi, Camillo o Pierpaolo.

Giulietta: Le mie orecchie non hanno ancora udito un centinaio di parole pronunciate dalla tua lingua, e nondimeno riconosco la tua voce.

Romeo: Le mie invece in 3 minuti stanno già sanguinando Giuly. Tranqui scherzo. Mi stai facendo skioppare (provo un sentimento profondo anche se ci conosciamo da appena poche ore) già al primo appuntamento. Ricordati che non stiamo mica trescando io e te. Giulietta io già ti lovvo.

Romeo e Giulietta rivisti e corretti.

Separati non dalla acerrima rivalità delle loro famiglie, ma dalla tecnologia, o meglio dal cambiamento che la tecnologia ha negli anni imposto al linguaggio e alla conversazione, nucleo della nostra società, momento vitale del processo cognitivo.

Chissà se si capirebbero una Giulietta shakespeariana del suo tempo, la fine del 1500, e con i suoi tempi, e un baldo Romeo della Generazione Z, nativo digitale, adolescente, figlio degli anni 2000, degli smartphone e dei test di ingresso a risposta multipla. Interprete di un linguaggio stravolto dell’era del web, sempre più sintetico, idiomatico e scarno.

Senza sottoporre a tale grado di difficoltà due giovani amanti adolescenti, interponendo tra loro quasi 6 secoli di storia, avrebbero difficoltà a capirsi e conversare anche un ben più contemporaneo Holden Caulfield (il giovane di J.D. Salinger del 1951) e una Giulietta / Giuly del 2020.

Il linguaggio, specchio della società: sintetico, frammentario, contaminato.

Che caratteristiche ha il linguaggio della Generazione Z?

Probabilmente le stesse, o meglio alcune delle stesse caratteristiche che distinguono ad esempio la nostra società da quella dei Montecchi e dei Capuleti.

Sintesi al primissimo posto. Lo sappiamo bene. La sintesi deve essere applicata al linguaggio parlato e scritto perché il tempo è diventato il primo vero bene di lusso e la fretta, il mezzo per recuperarlo. Le nuove generazioni hanno un livello di attenzione ridotto ai minimi termini rispetto al passato. Ed ecco che il linguaggio si adatta alla necessità di questo requisito: veicolare un messaggio nel più breve tempo possibile. La centralità del contenuto deve essere immediata.

Vocabolario ridotto. Conseguenza diretta di una modalità di comunicazione rapida, è un lessico più povero. Avete mai prestato orecchio ad una conversazione tra giovani? Fatelo, vi renderete immediatamente conto di quanto il loro vocabolario sia ridotto rispetto al passato.

Secondo uno studio sulla conoscenza dei vocaboli1, si è passati dai 1600 adoperati correntemente nei discorsi politicamente impegnati degli studenti degli anni '70, ai 600 o 700 delle chiacchierate tra giovani degli anni '90, precipitando alle conversazioni contemporanee che si avvalorano dell’uso di appena 300 parole.

Le parole, Dna vastissimo del nostro straordinario patrimonio linguistico, si sono ridotte ai minimi.

I cari e vecchi sinonimi sono diventati strumento linguistico obsoleto e non più necessario. Se è vero come è vero che ad un vuoto corrisponde sempre un pieno, lo spazio lasciato dai sinonimi e contrari finiti in soffitta è stato riempito, per quel che concerne il linguaggio scritto, da uno “stream of consciousness” 5.0 fatto non più di parole e flussi di coscienza emotivi, ma da un fiume di emoji...

Colpa o merito (sarà la storia a giudicare) della rivoluzione e dello stravolgimento subito anche dalla didattica che ha sostituito le lezioni di calligrafia corsiva con quelle di informatica, i temi scritti a penna nella pagina piegata a metà con le crocette dei quizzoni a risposta multipla. Colpa della velocità imposta dai nuovi canali di informazione e comunicazione come ad esempio Twitter: 120 caratteri al massimo, non sia mai, diventati poi 280.

Si sacrificano sempre di più le parole in favore di faccine. Ed ecco come il dilemma di Cyrano De Bergerac di Edmond Rostand, uno dei personaggi più amati del teatro, si trasformerebbe adattandosi al linguaggio moderno:

Ma poi cos’è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, un più preciso atto, una confessione che sigillar si vuole, un apostrofo roseo tra le parole t’amo; un segreto detto sulla bocca, un istante di infinito che ha il fruscio di un’ape tra le piante, una comunione che ha gusto di fiore, un mezzo di potersi respirare un po'.

tecnologia-linguaggio-moderno

La rivoluzione tecnologica e digitale ci ha diseducato al linguaggio, al racconto e ai suoi tempi, alla parola stessa.

Lo smartphone, simbolo di questa rivoluzione, non ha modificato solo il nostro linguaggio. Ha modificato anche la nostra essenza.

Qual è il primo, immediato pensiero e il conseguente stato d’animo che ognuno di noi prova quando si accorge di aver dimenticato il proprio telefono cellulare a casa?

“Oh nooooo”. Fiato corto. Tachicardia. Principio di attacco di panico. Nodo alla gola. Disagio pressoché identico se non maggiore a quello che si potrebbe provare attraversando le strisce pedonali in mutande. Sensazione di immobilismo provocata dalla convinzione di non poter fare nulla senza l’oggetto dimenticato. Così, solo per citare qualche reazione. Le più comuni.

telefoni-vecchi

Eppure quando i telefoni della Sip avevano la cornetta e i numeri si componevano infilando l’indice nell’apposito foro, non avevamo comunque un lavoro, una vita sociale, degli inviti a cena e dei figli che non necessariamente venivano rapiti o fatti sparire in un bosco? Chiaramente sì. Eppure…

Il rapporto morboso con i device telefonici è diventato oramai consuetudine e costume riconosciuto e inglobato dalla società come suo tratto distintivo. Secondo una media, trascorriamo sul web, inteso come piattaforme social e di comunicazione, più di 2 ore al giorno2. Le ricadute sul lessico sono evidenti e sotto gli occhi e le orecchie dei tanti costretti ad imparare il significato di termini quali postare taggare, linkare, cambiare status eccetera eccetera...

Utilizzo forzato di inglesismi.

Dal punto di vista semantico, le parole vengono stravolte da barbarismi e inglesismi sempre più integrati e utilizzati nel linguaggio corrente. La parola si trasforma in segno, come “per” che diventa “x”, o abbreviazione da stenografo, come "comunque" che diventa "cmq" e "ti voglio bene" che si trasforma in "tvb". Senza dimenticare acronimi che oramai la fanno da padrone: "asap" (as soon as possible), "btw" (by the way), "lol" (lots of laughs).

Tra le lingue che maggiormente soffrono di questa contaminazione forzata e spesso forzosa, c’è ovviamente la nostra, strutturalmente composta nel costrutto da coordinate e subordinate. Stesso vale per il tedesco, che insieme al nostro italiano affoga in un mare contaminato. Salve, neanche a dirlo, le lingue anglofone, in parte responsabili di questa sovrapposizione linguistica.

Il linguaggio diventa frammentario in senso sistemico, specchio stesso dell’indebolimento del pensiero. La frammentarietà dipende dalla modalità con cui siamo oramai abituati ad acquisire nozioni e a farle nostre. Come farfalle, passiamo da un media ad un altro, da un social ad un altro, da una foto su Twitter ad un messaggio su Whatsapp, perdendo ogni attitudine ad una attenzione selettiva e costruttiva.

I grandi capolavori della letteratura mondiale diventano inaffrontabili per la stragrande maggioranza dei lettori, semmai ancora ce ne fossero. Lunghi incipit, digressioni o descrizioni minuziose - come quella di Robert Musil che ne L’uomo senza qualità riempie una pagina intera solo per informare il lettore che “in fondo era una bella giornata” - erano “prodotti” di una società dell’ascolto. La nostra, non lo è più.

Ci siamo trasformati in una società degli occhi e dell’immagine.

Senza scomodare i giganti della letteratura mondiale, anche questo articolo ha già ben ampiamente superato il numero di battute di un articolo medio tollerato dal consumatore altrettanto medio, senza assunzione successiva di analgesici. Così come per la letteratura, e di conseguenza anche per la lettura, questa richiesta di velocità, sintesi, immediatezza del messaggio si riflette ovviamente in tutti i contesti della società.

Opere filmiche o musicali che oltrepassino i timing imposti dai livelli di attenzione dei nativi digitali finiscono nei cestini reali o virtuali in un baleno. Un tempo come quello delle Valchirie sarebbe un’opera insopportabile per qualsiasi esponente digitale della Generazione Z. Pellicole di due ore e mezza ci sembrano dei polpettoni inenarrabili, anche se si tratta di un film di Quentin Tarantino.

telefoni-vecchi

Smartphone e linguaggio: parabola di un’ascesa.

Se negli anni ‘90 una telefonata ci allungava la vita, in uno storico e riuscitissimo claim - che, a proposito di linguaggio, all’epoca si chiamava reclame - di una telefonia fissa (quella mobile sarebbe arrivata decenni dopo), ora sembra quasi che la telefonata sia diventata una gran perdita di tempo. Perché telefonare insomma, potendo esprimere lo stesso concetto in un istante con un messaggio e due faccine? La telefonata sta facendo esattamente la fine dei sinonimi, diventando obsoleta e non più necessaria, proprio come loro.

Se almeno “de visu” gli individui ancora riescono a scambiarsi due parole, via mobile sembra che le conversazioni vocali vadano incontro ad un profondo declino, sostituite da uno strumento che sta prendendo irrimediabilmente piede soprattutto tra i giovani: il messaggio vocale, medioevo del linguaggio digitale.

Preferire l’invio di un vocale alla telefonata tradizionale potrebbe presupporre una noncuranza rispetto all’ascolto, all’interlocuzione e allo scambio?

Senza farne una questione filosofico-sociale, c’è chi in una analisi del fenomeno vocale, in un divertente articolo pubblicato da linkiesta3, li ha definiti i selfie della comunicazione, l’ultimo atto della vittoria dell’ego sulla socialità. L’invio di una comunicazione da parte di un mittente che non ha tempo da perdere per mandarci un messaggio scritto e a cui interessa talmente poco la nostra opinione da non scomodarsi neppure per chiamarci.

Ci si aggiunge poi la sindrome del controllo da cui mezzo pianeta sembra essere affetto, a giustificare questa vittoria schiacciante dei messaggi vocali sulle tradizionali telefonate. Il vocale, fosse anche di 10 minuti, cancella in buona parte ogni forma di potenziale imbarazzo. Effetto in passato già prodotto dal messaggio di testo.

Sapete quanti messaggi vocali vengono inoltrati ogni giorno?

Circa 200 milioni, solo su Whatsapp, inviati da altrettanti milioni di Kikazaru (la seconda scimmietta nel mezzo, quella che si tappa con le mani le orecchie). Breve e doverosa digressione nozionistica sulle 3 scimmie sagge del santuario giapponese di Toshogu che risalgono al 1636.

Sapete che significato hanno? Rappresentano un invito a prestare sempre attenzione a ciò che diciamo, sentiamo, vediamo.

Siamo diventati oggi incapaci e disinteressati all’ascolto, o lo siamo sempre stati?

Scriveva Plutarco (46 – 127 d.C.) ne L’arte di ascoltare: “I più, a quanto ci è dato vedere, sbagliano, perché si esercitano nell’arte del dire prima di essere impratichiti in quella di ascoltare… se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e a riceverla, nell’uso della parola invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto. I parti e i travagli “di vento” delle galline (sono le cosiddette uova chiare cioè non fecondate, l’immagine risale ad Aristotele) si dice diano origine a gusci imperfetti e privi di vita".

"Dicono che la natura ci abbia fornito un paio di orecchie, ma una lingua soltanto – dice Plutarco al giovane Nicandro – per costringerci ad ascoltare di più e parlare di meno". Forse incapaci di ascoltare lo siamo sempre stati, come evidenziava già Plutarco. Del resto, l’ascolto ha a che fare con l’ego e con la capacità di metterlo da parte per un po', arte non alla portata di tutti.

Rivoluzione digitale, luci ed ombre.

L’era digitale ha rappresentato e sta rappresentando una vera opportunità per trasformare l’esperienza umana, ma, come ogni processo, anche quello tecnologico va sapientemente gestito. Le modalità attraverso cui questa evoluzione avverrà, e la sua conseguente gestione, avranno un collegamento diretto con il significato più profondo dell’essere umano.

Pensate al nostro immediato futuro, quello in cui l’intelligenza artificiale non sarà più in una fase sperimentale ma avrà già attuato ciò che fino a qualche decennio fa riuscivamo ad immaginare solo grazie al talento di visionari registi di pellicole di fantascienza. Saremo chiamati a definire nuovamente chi siamo come individui e che valore dare alla conversazione e al linguaggio, provando ad immaginare quali siano le ragioni e le necessità per cui esso sia nato.

tecnologia-linguaggio-moderno

Funzione e finzione del linguaggio.

A quale funzione ha risposto il linguaggio la prima volta in cui due esseri umani hanno deciso di interagire reciprocamente attraverso la parola? Proviamo ad immaginare quel momento. Il linguaggio va ben oltre i bisogni biologici (per intenderci i bisogni primari dell’Homo di 200 mila anni fa), permettendoci di mettere in atto qualcosa di molto distante da essi.

Che cosa? Il linguaggio ci permette di avviare interazioni sociali, parlare con l’altro di idee astratte e mondi immaginari che nulla hanno a che fare con i bisogni primari, permette di raccontare all’altro chi siamo. Ed ecco che entra in gioco l’ego.

Con il linguaggio l’uomo veicola e negozia l’immagine che di sè intende dare all’altro, spesso alterandola per colpire, piacere, ricevere approvazione. L’uomo vuole che arrivi al suo interlocutore un’immagine grandiosa, ed ecco che la narrazione viene modulata su questo scopo.

Linguaggio dunque come narrazione glorificante dell’Io, menzogna, alterazione e finzione? Se non del tutto, almeno in parte. Non stupiamoci allora se oggi l’apparenza, l’immagine e i like sono diventati i veri pilastri delle interazioni sociali. Con i dovuti distinguo, è proprio in funzione di queste, che l’uomo ha, iniziando a sviluppare il linguaggio, pronunciato la sua prima parola.

Libera Sibilla



1 "Lingua italiana, l’indagine di Tullio De Mauro." Oggi Scuola, 06/03/18, https://www.oggiscuola.com/web/2018/03/06/lingua-italiana-lindagine-di-tullio-de-mauro/.

2 Cavallaro, Stefano. "I giovani per 2,5 ore al giorno con lo smartphone in mano." Cellulare Magazine, 25/09/15, https://www.cellulare-magazine.it/i-giovani-per-25-ore-al-giorno-con-lo-smartphone-in-mano/.

3 Coccia, Andrea. "I messaggi vocali sono il male assoluto." Linkiesta, 16/06/17, https://www.google.it/amp/s/www.linkiesta.it/it/article/2017/06/16/i-messaggi-vocali-sono-il-male-assoluto/34619/amp/.

Questo prodotto non è privo di rischi e fornisce nicotina che crea dipendenza. Solo per maggiorenni che altrimenti continuerebbero a fumare o ad usare altri prodotti con nicotina.
  • Italiano

Inserisci mese e anno di nascita per confermare di essere un maggiorenne fumatore o utilizzatore di altri prodotti contenenti nicotina.

Conferma

Questo sito è destinato solo a maggiorenni fumatori o utilizzatori di altri prodotti contenenti nicotina

We Care

Questo sito contiene informazioni sui nostri prodotti da utilizzare con tabacco e abbiamo bisogno della tua età per accertarci che tu sia un maggiorenne in Italia che continuerebbe a fumare o a usare prodotti contenenti nicotina. I nostri prodotti da usare con appositi stick di tabacco non sono un'alternativa allo smettere e non sono concepiti come strumenti di supporto alla cessazione. Non sono privi di rischi. Gli stick di tabacco contengono nicotina, sostanza che provoca dipendenza. Uso riservato a soli adulti. Per maggiori informazioni visita la sezione Cosa Sapere di questo sito.