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Tecnologia digitale: Talent Garden e la storia di un ecosistema dedicato agli innovatori

Anno di nascita: fine 2011.

Luogo di nascita: Brescia.

Segni particolari: innovativa, esplosiva, in continua evoluzione.

Di chi stiamo parlando? Della realtà Talent Garden.

Nata in un capoluogo di provincia circa sette anni fa, è ora pronta a sbarcare a San Francisco, dopo aver lasciato il segno (leggi: dopo aver aperto hub) nelle più importanti città d’Italia e d’Europa. Simbolo di un’imprenditoria giovane, visionaria e caparbia, Talent Garden è diventata in pochi anni una realtà fondamentale per chi lavora nel digitale. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Maternini, vice president Talent Garden.

“Talent Garden è nato alla fine del 2011 a Brescia, con l’obiettivo di organizzare una serie di eventi attrattivi per i talenti del digitale, specialmente giovani freelance e programmatori che in quel periodo stavano lavorando col digitale ed erano attratti dall’uscire dalla piccola città per creare nuove occasioni lavorative” – spiega Lorenzo Maternini, Vice President Global Sales & Country Manager Italy, tra i fondatori di Talent Garden, insieme a Davide Dattoli e a un gruppo di altri giovani all’epoca poco più che ventenni. “La nostra idea è stata quella di creare un ecosistema, un hub, un ambiente dove queste persone potessero essere stimolate, partendo quindi dalla creazione di una serie di eventi per poi dare delle mura ai loro ritrovi”.

Un coworking? No, un ecosistema vivo e attivo

Talent Garden non è nato quindi come spazio di coworking e non lo è mai stato. “Abbiamo aperto uno spazio di lavoro più vicino al concetto di club che di coworking, perché tutti quelli che lo frequentano sono member, status che sicuramente dà diritto alla postazione ma che, soprattutto, consente di partecipare attivamente alla community e a tutto quello che succede nel mondo Talent Garden”.

Evolvere in tre fasi

Un’idea che è nata sulla base di un’intuizione ma anche di una necessità e che, dopo la prima fase dell’ideazione e della creazione, ha affrontato altri step che hanno consentito a questa realtà di diventare il fenomeno attuale e di raggiungere dimensioni da azienda internazionale.

“Il secondo passaggio – spiega Lorenzo – è rappresentato dall’apertura al mondo dell’Academy. Non bastava semplicemente connettere le persone ma era importante anche formarle: abbiamo quindi intrapreso il percorso della formazione e, circa quattro anni fa, abbiamo aperto Talent Garden Innovation School, che offre master molto intensivi per formare le figure professionali del digitale e, soprattutto, offre corsi di formazione per i manager delle grandi aziende”.

Infine (per ora), l’ultima fase, o meglio, la più recente: “Si tratta della fase della grande espansione del modello Talent Garden all’estero. Negli ultimi anni, abbiamo aperto 26 sedi in totale in 8 stati diversi. Solo per citarne alcuni, recentemente abbiamo inaugurato la sede a Madrid, due in Lituania, una a Dublino, ne apriremo una seconda a Barcellona nel 2020… Stiamo iniziando ad avere una presenza capillare in Europa. Il passo più importante a livello internazionale lo faremo proprio l’anno prossimo: abbiamo in previsione l’apertura del primo hub italiano per l’innovazione a San Francisco. L’Italia è l’unico stato che oggi manca dalla piazza della Silicon Valley ma, grazie alla Cassa Depositi e Prestiti, ora non sarà più così”.

Il perfetto mix tra tradizione e innovazione

Il mix che ha portato al successo di Talent Garden ruota intorno ai concetti di club e community: “Non lavoriamo sull’affitto degli spazi ma sulla partecipazione delle persone alle varie attività”. Questo approccio unito all’unicità del modello operativo che di fatto ne unisce tre (formazione, coworking e connect) rappresenta la chiave del successo di Talent Garden.

“Le nostre aspettative erano già alte dall’inizio perché l’ambizione è sempre stata quella di fare un Unicorn - come si dice oggi - italiano, ma che potesse essere globale, creando un modello di grande velocità di scalata e sviluppo. L’idea era proprio quella di unire il concetto del digitale, del lavoro flessibile, dello scambio, dell’approccio al mercato dinamico e portarlo in uno spazio fisico. Quindi unire quello che di nuovo portava nel modo di lavorare il digitale con quello che di tradizionale aveva il mondo lavorativo, quindi lo spazio fisico e la formazione. Quando siamo nati, in Italia esistevano già realtà molto forti, ma non avevamo un modello a cui ispirarci”.

“Startupper, tenetevi pronti a cambiare”

La chiave del successo di una start up, secondo Nicola, non sta solo nell’idea originale. Con la consapevolezza di chi, in questi anni, ha visto nascere, crescere, avere successo e anche fallire tantissime start up piccole e grandi, dà qualche suggerimento: “Chi inizia non deve pensare che il successo si basi tutto sull’avere un business innovativo. Il successo sta nella caparbietà della persona nel portare avanti il suo progetto e nel portare la sua idea a un’azienda. Tutto ciò che viene considerato innovativo oggi lo è nell’esperienza, non nella cosa in sé. Ad esempio, vedere Netflix non è innovativo in sé, perché si tratta pur sempre di vedere film. Ma è innovativa l’esperienza con cui lo si fa! Aggiungo anche che uno startupper deve essere sempre pronto al cambiamento perché la sua idea cambierà più volte rispetto a quella iniziale e questo non lo deve spaventare”.

Il cambiamento in Italia: una, nessuna, centomila direzioni

Quando si parla di Italia, la prima cosa che viene in mente non è di certo il mondo del cambiamento. Eppure una strada per attuarlo c’è: “È difficile parlare di Italia dal punto di vista del cambiamento e dell’innovazione. Milano, ad esempio, gioca una partita a sé stante, diversa da Roma. Chi è a Milano si trova all’interno di un mercato totalmente europeo. Poi ci sono i piccoli centri produttivi e ricchi. E poi c’è il Sud Italia che gioca una partita ancora diversa. Parlare d’Italia è sempre più complesso, è difficile indicare l’Italia come un’unica nazione. Ci sono sempre più divari e per questo sta perdendo un po’ il passo rispetto ad altri Paesi. Si stanno però anche facendo cose importanti come aumentare gli investimenti sull’innovazione digitale. Ma non bastano i soldi. Serve che nasca un tessuto imprenditoriale giovane, a livello di start up, capace di competere e quindi con una mentalità, una cultura e un’apertura che consentano di vedere le frontiere e non semplicemente di seguire quelle di qualcuno che le sta costruendo. Su questo fronte, il vero lavoro è da fare nelle scuole più che nell’imprenditoria, per creare persone coraggiose e preparate nel cambiare il mondo, più che farsi trascinare in un mondo creato da altri”.

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