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Con la tecnologia blockchain guerra a fake e junk news

Come creare contenuti certificati per arginare l’invasione della rete?

8 gennaio 2020. Il volo 752 della Ukraine International Airlines partito da Teheran alla volta di Kiev, precipita pochi minuti dopo il decollo. Muoiono in 176, tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio. Passeranno tre giorni prima che l’Iran ammetta di aver abbattuto il Boeing per errore. In quei tre lunghissimi giorni, sospetti e accuse si rincorreranno autoalimentandosi senza sosta, forti delle prove che pian piano emergevano dal web. Due cose in particolare: una foto e un video. La prima ritraeva i resti della testa di un Tor-M1, missile di fabbricazione russa usato dalle forze armate iraniane come contraerea, trovato tra i resti dell’aereo; il secondo, un video in cui si intravedeva un oggetto colpire l’aereo poco dopo il suo decollo.

Sospetti, illazioni, accuse internazionali. Quella foto sarà vera? Proviene effettivamente dal luogo del disastro? Da dove arriva quel video? È originale o è un fake? Domande legittime a cui, fino all’ammissione iraniana, non si era riusciti a dare una risposta. Neppure i potenti debunker del New York Times sono riusciti ad affermare con certezza che i resti di quel missile fossero stati fotografati esattamente in quel luogo, in quel giorno. Né da chi. Stessa cosa per il video.

Contenuti DOC

Quante volte è successo? Quante volte abbiamo trovato in rete foto, video, audio di cui non sapevamo nulla? Ignoti luogo e data di creazione, ignota l’integrità del contenuto, ignoto soprattutto l’autore.

Esiste un modo per superare tutto questo? Oggi possiamo rispondere a questa domanda con assoluta certezza: sì, possiamo. La blockchain ci fornisce gli strumenti per creare contenuti interamente tracciabili e “certificati”.

Cosa è la blockchain?

Semplificando al massimo, una blockchain è un registro digitale sul quale vengono scritti gruppi di dati (blocchi) concatenati (chain) in ordine cronologico, in modo sicuro, verificabile e permanente. L’aggiunta di un nuovo blocco è regolata da un protocollo condiviso a livello globale. Una volta scritti, non possono più essere alterati. L’integrità della catena è garantita dall'uso della crittografia.

blockchain

Certificazioni DOC

La capacità di certificare (notarizzare, per essere precisi) in modo scientifico documenti o transazioni è la caratteristica principale della blockchain. Per questo motivo sta lentamente soppiantando molte professioni, dai notai alle assicurazioni. Qualcuno se n’è già accorto, correndo ai ripari. Un esempio su tutti: la Siae che ha recentemente avviato una sperimentazione per la gestione dei diritti d'autore proprio con la blockchain. Allo stesso modo anche il giornalismo sta studiando la possibilità di utilizzare questa tecnologia per il contrasto a fake news e fake journalism.

A cosa serve la blockchain?

Un tempo, giornali, radio e tv erano gli unici titolati a diffondere informazioni e notizie. Vi lavoravano solo giornalisti iscritti all’Albo, la gente poteva informarsi solo in questo modo. Credibilità e autorevolezza erano al massimo.

Poi è arrivato il web. In breve tempo la massa ha preso coscienza dell’enorme potere che può derivare dal diffondere informazioni. Forte dell’articolo 21 della Costituzione italiana, chiunque si è sentito in diritto di aprire un blog, un sito, un magazine, una pagina Facebook. È stato allora che le fake news hanno fatto la loro comparsa, nel momento preciso in cui chiunque ha avuto tra le mani lo stesso potere dei giornalisti, senza però averne gli stessi titoli e gli stessi doveri: completamento di un praticantato, superamento dell’Esame di Stato, iscrizione a un Albo, rispetto degli obblighi derivanti dalla legge e dalla deontologia professionale.

La differenza fondamentale è proprio questa: le notizie non pesano tutte allo stesso modo, ma il lettore non è più in grado di distinguere. La massa di notizie false, sbagliate o artatamente costruite ha superato il punto critico per il quale può essere combattuta con il debunking.

Come combattere le fake news?

Da tempo il giornalismo si interroga a livello globale sulle soluzioni da adottare per il contrasto alle fake news. Ad aggravare il quadro si è aggiunta la recente massiva produzione di deepfake (video realistici ma modificati con programmi di intelligenza artificiale, capaci di far dire o fare a persone cose che in realtà non hanno mai detto o fatto). La risposta che si è data, più o meno in maniera univoca, è che non ci sarà più alcun giornalismo se non si provvede a dare al lettore la garanzia che ciò che sta leggendo sia un contenuto verificato, originale e di qualità. In poche parole un contenuto con il “bollino di garanzia”.

L’ultimo assalto ai deepfake è stato appena lanciato da Facebook che ha annunciato una stretta in vista delle elezioni americane del novembre 2020. Il social network vieterà la diffusione di video artefatti le cui modifiche "non sembreranno evidenti a una persona media", pur continuando a consentire la diffusione di clip di satira, anche se modificati.

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A livello internazionale, penso all’Icij, il consorzio di giornalisti investigativi, che ha realizzato l’inchiesta sui Panama Papers. O al Global Investigative Journalism Network che raggruppa testate di vari paesi. In Italia c’è l’Irpi (Investigative reporting project Italy), un’associazione di giovani reporter che fanno del giornalismo di qualità il loro obiettivo. Anche la Rai sta studiando un sistema per certificare la propria informazione e fioriscono i progetti nelle Università: alla Luiss di Roma è stato da poco inaugurato il laboratorio di ricerca Aletheia per promuovere la ricerca sui temi legati a “informazione, correttezza professionale, lotta alla disinformazione e polarizzazione coatta nei media, on e offline”.

Superare il debunking

Lo sforzo comune è quello di elevare certa informazione al di sopra del mare magnum di un web ridotto al luogo dei falsi a ogni livello, prodotti da esseri umani, bot e intelligenze artificiali ogni giorno con impressionante continuità. L’attività di debunking, ossia lo smascheramento delle bufale, se all’inizio poteva essere utile, oggi non è più praticabile (se non per casi eclatanti). Fatti i debiti paragoni, è come se un commerciante impiegasse tutta la sua giornata a provare che il negozio di fronte ha messo in vetrina merce contraffatta o scadente piuttosto che lavorare alla qualità di ciò che mette nella propria.

Ecco il punto. Il volume dei falsi immessi ogni giorno in rete ha superato il livello contrastabile. L’unico rimedio è puntare su un’informazione originale e di qualità, cioè verificata. Con la convinzione che il lettore saprà distinguere queste notizie da tutte le altre, esattamente come un cliente si accorge della qualità della merce esposta in vetrine diverse. Oggi questo obiettivo è alla portata. Alle notizie si può assegnare un bollino di garanzia, un sigillo che indichi chiaramente che quel contenuto è certificato. Quel bollino potrà essere apposto accanto alla firma e dovrà contenere un QR code che rimandi al documento originale in fondo al quale sono riportati autore, data, orario, perfino il luogo di caricamento (IP), se fosse necessario.

Blockchain come garanzia di notizie certificate

Sarà solo questione di tempo, il lettore si abituerà a questa novità e cercherà quel bollino, quando vorrà essere sicuro che quella notizia è stata scritta da un professionista. La stessa cosa è successa con il segno di spunta che i social network utilizzano per fare distinzione tra profili ufficiali e fake. Un’operazione che metterà le fake news fuori gioco, senza bisogno di perdere tempo a dimostrare che si tratta di bufale. L’obiettivo finale è la creazione di contenitori di notizie sempre più inattaccabili, ancorati a un’identità, una data e un luogo certi e verificabili in qualsiasi momento. Per arrivare a questo risultato bisogna passare attraverso due stadi preliminari: certificazione delle persone; certificazione degli editori.

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Foto e video, il punto debole

Se per i testi questo discorso può essere relativo, con foto, audio e video l’esigenza di notarizzare un contenuto diventa molto più impellente. Manipolarli è facile e può essere fatto anche da un bambino con un’app elementare e senza bisogno di un particolare know how. I falsi in questo campo sono quelli che maggiormente alimentano il circo delle fake news. Oggi, utilizzando una blockchain, possiamo associare ai nostri audio/foto/video, un autore certo, una data, un luogo (geolocalizzato al momento della realizzazione) e una sequenza di pixel immodificabile che lo fissi nel tempo. Possiamo produrre contenuti digitali agganciandoli per sempre a quattro parametri non più falsificabili, un bollino di garanzia perenne a tutela non solo del lettore, ma anche dell’autore che può proteggerli da manipolazioni o furto della proprietà intellettuale.

Autori certi

Mentre data, luogo e sequenza dei pixel (o nel caso di testi, di un PDF) possono essere stabiliti tecnologicamente (basta una app dedicata), il parametro principale, l’autore, deve essere certificato da qualcuno. L’ente in grado di farlo è l’Ordine dei Giornalisti. E su questo è già allo studio un progetto. Certificare le persone non è alternativo alla verifica delle notizie. Si tratta di un passo ulteriore e successivo e serve proprio a conservare e preservare il lavoro di verifica che ogni giornalista deve fare, per legge.

Chi cerca una notizia deve sapere con esattezza chi gliela sta dando, quando l’ha scritta, per chi lavora. Deve sapere se quella persona è un giornalista, cioè un professionista soggetto alla legge e alla deontologia, controllato da un Ordine che ne garantisce il rispetto, pena la sanzione, se è in regola con la formazione professionale, se ha subito sanzioni. O se invece è un pinco pallino qualsiasi, un creatore di fake news o magari un bot con sede in Cina.

di Marco Piccaluga

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