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Augmented reality e virtual reality: come sta cambiando l'arte con la tecnologia

L’arte e la tecnologia diventano democratiche quando possono essere alla portata di tutti. In entrambi i casi oggi stanno viaggiando a velocità doppia, compenetrandosi a vicenda nelle gallerie d’arte e nei musei di tutto il mondo grazie a qualcosa che abbiamo tutti: uno smartphone. Ecco perché la AR (Augmented Reality) sta battendo la VR (Virtual Reality) nell’engagement col pubblico reale 10 a 1.

Era il 2007 quando William Gibson, il profeta della letteratura cyberpunk, scriveva per la prima volta a proposito della locative art nel suo romanzo Spook Country. Gibson vide questo tipo di tecnologia come il naturale proseguimento delle tecnologie immersive apparse nei suoi romanzi precedenti. Al tempo fu considerato un concetto artistico troppo nerd e teorico rispetto alla tecnologia disponibile in quel momento.

Oggi l’arte in realtà aumentata è talmente presente nella nostra vita che pensare sia lo stesso concetto “troppo nerd” di Gibson a far giocare milioni di persone a Pokémon Go non viene in mente, eppure è quello. Tramite una app si può visualizzare un oggetto virtuale, un testo o un suono che appare solo sullo schermo del nostro tablet o del nostro smartphone quando inquadriamo un dato luogo. E Gibson ha avuto ancora una volta ragione.

Tecnologie immersive: differenza tra augmented reality e virtual reality

La virtual reality offre un’immersione totale in una realtà artificiale, che rimpiazza del tutto la visione di ciò che ci circonda; utilizza una tecnologia molto specifica come un visore, dei sensori e dei dispositivi di controllo indossabili. Questo la rende attualmente molto costosa e complicata.

L’augmented reality invece passa attraverso la fotocamera di un tablet o di uno smartphone, quindi un oggetto che quasi tutti possediamo e aggiunge informazioni a quello che stiamo già guardando con i nostri occhi.

Partita come una sorta di hacking tecnologico di protesta – fu utilizzata dalla pioniera dell’augmented reality , l’artista americana Tamiko Thiel, durante la crisi di Wall Street nel 2011, facendo piovere monete d’oro virtuali davanti alla Borsa di New York – e poi passata direttamente nei padiglioni della Biennale d’Arte di Venezia con le installazioni Shades of Absence, nello stesso anno. La Thiel è una delle fondatrici e autrici del Manifest.AR, un collettivo di artisti che lavorano appunto su interventi artistici in spazi pubblici. Fisicamente non accade nulla, non si vede nulla, tranne quando si inquadra con lo smartphone la location.

Arte e tecnologia: augmented reality art nei musei

Questo tipo di tecnologia ha avuto una fiammata di popolarità anche in ambito pubblicitario qualche anno fa, per far apparire fiammanti automobili in 3D dalle pagine di una rivista, ma è il mondo dell’arte che ha fatto della augmented reality il suo terreno di sperimentazione più interessante. Banalmente la prima cosa che si può fare durante una visita in un museo o in una galleria è inserire delle informazioni quando si inquadra un’opera d’arte: l’informazione può essere testuale o sonora, ma può anche far vedere cosa c’è dietro a una tela, il disegno preparatorio o le correzioni eseguite dall’artista e rimaste sotto gli strati di pittura.

Allo Smithsonian Institution di Washington la realtà aumentata è stata utilizzata nel 2017 tramite la app Skin & Bones per incrementare l’interesse nelle sue gallerie più amate, quelle naturalistiche: 13 scheletri di animali, se inquadrati con lo smartphone, prendono vita in carne e ossa e si muovono tra spazio virtuale e oggetti reali.

Anche in Italia l’Acquario di Milano, durante il periodo di lockdown del 2020, ha messo a disposizione la sua app “Digital Whales - Balene a Milano”, relativa alla mostra multimediale dedicata ai cetacei, per far apparire balene e delfini nel proprio salotto o in qualsiasi luogo della città per dare a tutti la possibilità di scattare il selfie “impossibile”. Un bell’esempio di condivisione digitale, ma c’è chi ha reso questo engagement clamoroso: nel luglio 2017 l’artista digitale Alex Mayhew ha creato un’installazione chiamata ReBlink per la Art Gallery of Ontario di Toronto.

I visitatori della galleria, inquadrando le opere, hanno visto i soggetti prendere vita e comportarsi come se fossero nel ventunesimo secolo. È così che il ritratto di Galileo si ritrova ad osservare i pianeti come da una navicella spaziale, o il monaco chino sui libri diventa un hipster davanti al suo macbook con tanto di cuffie e caffè di Starbucks in mano. L’effetto wow si decuplica di fronte al coup de théâtre finale, quando inquadrando due cornici attigue entrano in scena tutti i protagonisti ritratti nella galleria, che si stringono attorno, in posa per un selfie in pieno stile Harry Potter. Applausi.

L’hacking dell’arte con l’arte virtuale

In assenza di alcuna regolamentazione (auspicabilmente non necessaria) alcuni artisti hanno deciso di hackerare l’arte ufficiale con la propria arte virtuale, come è accaduto al MoMa di New York nel 2018. Un gruppo di guerrilla artist ha rimpiazzato virtualmente la galleria dedicata a Jackson Pollock con la propria versione “ufficiosa” e remixata, intitolata “Hello, we’re from the internet”, un vero e proprio corto circuito artistico.

Nei fatti fisicamente nulla viene vandalizzato, ma visitando la galleria e inquadrando otto opere di Pollock con il link di MoMAR Gallery, queste vengono modificate completamente pur rimanendo nello stesso contesto fisico.

Quando pensi che l’arte definisca i nostri valori culturali, devi anche accettare che questi valori siano definiti da una certa parte della società - chiamiamola élite. È questo il concetto che noi combattiamo.” dice Damian Pita, che con David Lobser è la mente dietro a MoMAR, un movimento che progetta, tramite il suo software open source, di hackerare altri musei in tutto il mondo. Il vero MoMa dal canto suo non ha commentato l’operazione, visto che attualmente non esistono leggi in merito alla virtual art o all’arte geo-locativa.

L’apertura del direttore settore digital del Metropolitan Museum di New York, Lioc Tallon, rispetto a questo tipo di operazione artistica è la più lungimirante in questo senso: “La missione di un museo è di collezionare, preservare e studiare delle opere d’arte. Se qualcuno crea un’esperienza di augmented reality art su una collezione di opere, la vedo come una realizzazione perfetta di questa missione.

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