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Proteggere la democrazia digitale

A cura di Gianna Martinengo, 11 Dicembre 2020

Una reazione a STOA (Science and Technology Option Assesment) Annual Lecture, 9 Dicembre 2020: Digital Human Rights and the Future of Democracy, lessons from the Pandemia; evento organizzato da Eva Kaili, Membro del Parlamento Europeo e Presidente di STOA.

Abbiamo ascoltato la “lecture” e volentieri cerchiamo di riflettere e di comunicare: quali erano i temi? Cosa abbiamo imparato sulla democrazia digitale? Quale è la soluzione proposta per proteggere i dati personali su internet?

1. I temi dell’incontro sui diritti umani nell’era digitale

La relatrice invitata, Prof. Zuboff, ha sostenuto con molta convinzione, fondata su dati significativi la tesi che da anni ha elaborato e pubblicato, che la nostra democrazia (digitale) è fortemente minacciata dalle ingerenze nella nostra sfera privata dei giganti dell’Informatica, come Google, Amazon, Facebook. Questi hanno progressivamente invaso la nostra vita privata, e, in cambio di servizi “gratuiti”, raccolgono gigantesche quantità di dati personali per elaborarli e rivenderli sotto forma – essenzialmente – di informazioni o previsioni commercialmente “ricche” sul nostro comportamento, sulla nostra salute, sulla nostra sfera privata insomma. Dunque, i loro servizi sono ampiamente ripagati dai nostri dati personali i quali sono “l’oro nero del 21° secolo” secondo molti.

La metafora è importante perché, esattamente come nel caso del petrolio, il punto (sostenuto da Zuboff) è che dobbiamo cambiare assolutamente il nostro modello di sviluppo non permettendo più di estrarre “il petrolio / i dati personali” regolando con leggi l’acquisizione dei dati – ora priva di regole – da parte delle società che usano gli stessi per farne immensi profitti.

Le osservazioni sono state numerose e fortemente cariche di interrelazioni nella argomentazione. Non riusciremmo a riassumerle; riusciamo forse a commentarne il senso.

2. Cosa abbiamo imparato: l’importanza dei nostri dati personali su internet

A parte il rigore e la ricchezza argomentativa della Prof. Zuboff, francamente eravamo già consapevoli della situazione. Già nel 2008 il collega Sir Nigel Shadbolt scriveva “The Spy in the Coffee Machine: The End of Privacy as We Know It”. Da quegli anni ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti, l’impatto di Web è diventato pervasivo sia nella sfera privata che in quella pubblica o professionale, abbiamo quasi dovunque accesso alla banda larga e ci aspettiamo ulteriori “progressi” grazie all'Internet delle cose”. Sì, progressi, i quali come sempre si accompagnano a rischi e talvolta anche minacce. Si tratta di assumere un atteggiamento scientifico: cioè cercare di capire e prevedere i fenomeni naturali.

Esistono fenomeni “naturali” positivi e negativi; la natura essendo fatta dalla terra in cui abitiamo, da animali, vegetali e minerali (come l’acqua degli oceani), e da miliardi di umani: anch'essi fanno parte integrale della natura e sono evidentemente all’origine di molti cambiamenti, come aveva notato per la prima volta negli anni ’90 un grande ecologo, Francesco Di Castri.

Capire e prevedere serve in molte situazioni. Esempi negativi: la pandemia, il riscaldamento climatico e l’inquinamento ambientale, la scomparsa di specie animali o vegetali. Esempio positivo: l’aumento generalizzato e benvenuto dell’età media degli umani in vita grazie alla medicina e ad altre condizioni favorevoli dovute al progresso. Capire e prevedere serve anche per controllare che i nostri dati restino di nostra proprietà oppure, se decidiamo di cederli, non siano usati contro di noi.

Prima di ascoltare la Prof. Zuboff non eravamo documentati su questo ultimo fenomeno – l’acquisizione e l’uso di dati personali da parte dei “giganti” di Internet - con la consistenza e completezza della nostra relatrice invitata. Un esempio fra tanti: non sapevamo che nel 1985 la quota di documenti digitali fosse attorno al 1%, nel 2000 attorno al 50% ed oggi attorno al 95%, praticamente tutti o quasi. Grazie, Prof. Zuboff: leggeremo i suoi libri, molto interessanti.

Effettivamente, utilizzare i dati personali per tracciare i nostri comportamenti, le nostre preferenze, le scelte, le relazioni umane che abbiamo, potrebbe essere un comportamento neutro se questi dati, anche grazie o a causa degli algoritmi di machine learning (cioè la “nuova” Intelligenza Artificiale) non fossero utilizzati per influenzarci.

Naturalmente, secondo i “giganti” del Web, non c’è che la buona volontà di darci quelli che da noi si chiamavano “consigli per gli acquisti”, cioè la pubblicità; in un modo mirato, personalizzato dunque gradito anche dal cliente. Nel caso della salute: ancora di più la giustificazione ufficiale è che i consigli sui farmaci sarebbero preziosi perché efficaci per aiutarci ad evitare malattie o a curare quelle che abbiamo. Ma nessuno ci garantisce che questi siano gli unici modi con cui i “giganti” (o i loro committenti) usino i nostri dati. Anzi, da quello che sappiamo, troppo spesso questi dati sono utilizzati per fini impropri, come influenzare le nostre idee politiche o modificare il nostro comportamento sociale.

Nessun dubbio che l’analisi della Prof. Zuboff sia sensata, fondata, concreta, credibile e anche molto inquietante. Non nuovissima, ma perfettamente motivata, rigorosamente documentata, calorosamente sostenuta da lei e da molti altri intellettuali impegnati al mondo su questo fronte: la democrazia digitale.

L’analisi è convincente: se non interviene nessuno, abbiamo capito e riusciamo a prevedere un futuro nel quale sarà in gioco non solo la nostra libertà personale ma la stessa democrazia.

3. Digitale e diritti umani: la soluzione proposta

La denuncia riguarda ovviamente il fatto che non esiste una legislazione che regoli con efficacia questo fenomeno. Il riferimento della Prof. Zuboff alla complessa legislazione di cui i Paesi si sono dotati – dall’800 ad oggi - per regolare la prima rivoluzione industriale e controllare il rispetto dei diritti dei cittadini non è inutile. È chiaro che solo le leggi possono limitare gli abusi ben noti come il lavoro minorile, la vendita incontrollata di armi come le mine antiuomo e molti altri comportamenti contrari ai principi fondamentali della convivenza umana. Tuttavia, due osservazioni non possono essere eluse.

La prima è che nonostante le leggi, molti Paesi e molte persone non le rispettano.

Un esempio attualissimo è dato dal caso dell’effetto serra dovuto all’ossido di carbonio e tutte le altre conseguenze disastrose del comportamento umano sulla natura. Sin dal 1990, Rio de Janeiro a tutti i livelli nazionali ed internazionali si parla di ecologia, di necessità di controllare le emissioni, di cambiare i modelli di sviluppo quasi sempre fondati sull’uso di combustibili fossili. L’ultimo accordo era quello chiamato COP21, 2015, Parigi. Ma uno dei Paesi più importanti, gli Stati Uniti, si è ritirato con l’amministrazione Trump. Altri Paesi hanno firmato ma sono ben lontani da implementare le misure promesse. Fortunatamente alla data di oggi il nuovo Presidente USA Biden ha dichiarato di aderire nuovamente, e l’Unione Europea ha raggiunto un accordo sulla riduzione di emissioni. La strada è lunga, ma si progredisce.

Noi pensiamo che finché non ci sarà l’interesse reale, economico, politico a cambiare i modi di produzione e di consumo, i risultati saranno scarsi.

La seconda osservazione è che la digitalizzazione o, più in generale, la “rivoluzione informatica” non è paragonabile alla prima rivoluzione industriale. Infatti, l’informatica ha introdotto prodotti e servizi che hanno a che fare con l’elaborazione di simboli, non di materia. Questi simboli rappresentano informazione, e l’informazione non si consuma, anzi si moltiplica, se viene comunicata ed elaborata. Per questo l’informatica della comunicazione ha assunto un peso molto importante rispetto all’informatica del calcolo. Il mondo digitale non è localizzabile come il mondo industriale; miliardi di persone e di macchine producono, elaborano e trasformano informazione grazie a miliardi di macchine collegate in rete. Persone e macchine si distribuiscono su tutto il pianeta.

Dunque, è vero che si moltiplicano prodotti e servizi possibili grazie all’uso dei “dati”, ma è anche vero che il controllo globale di questo fenomeno risulta molto difficile, molto più difficile del controllo globale della produzione e del consumo di prodotti e servizi della prima rivoluzione industriale. Non esiste una vera e propria legislazione globale, esistono solo i primi timidi passi verso qualche accordo che conviene a tutti, valido finché conviene a ciascuno.

La nostra convinzione è che certamente le leggi saranno un utile ausilio ad imporre regole che favoriscano la libertà individuale limitando le minacce insite nel mal uso di dati personali, ma non basta. Forse ci vuole anche una nuova cultura, non solo digitale, ma anche informatica; forse ci vuole un nuovo impegno di ricerca e sviluppo per favorire l’emergenza di nuove infrastrutture che proteggano la sovranità individuale e delle collettività.

Conclusione per il futuro

Ritengo utile concludere con un messaggio pronunciato in occasione della prolusione all’evento da parte di Margaritis Schinas, Vicepresidente della Commissione europea, perché sintetizza anche il mio pensiero: Important that we fit digitization to our values and way of life, not the other way around. Not just a matter of competitiveness, it is about democracy; investing in people before infrastructure. Humans are always at the end of the AI chain.

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