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Donne e tecnologia: Barbara Bontempi e la sua vita tra gli startupper

“Ho avuto un’idea geniale!”, ”Ho pensato a un servizio che cambierà il mondo!”, “Ho un progetto perfetto, non può non funzionare!”. Chissà quante volte Barbara Bontempi, consulente nel settore delle start up, ha sentito pronunciare queste frasi.

Ma Barbara, che ha iniziato la sua attività professionale nell’area creativa come copywriter, passando poi all’area strategica fino a quella del marketing, dove è stata una delle prime donne in Italia a occuparsi di tecnologia, innovazione e digitale, ha acquisito una grande capacità di gestione dei progetti e delle persone. Così, oggi, dopo essere stata nel board dell’agenzia Mediacom (come vicepresidente) e dopo essersi occupata di marketing a livello editoriale in Condé Nast, mette la sua esperienza al servizio degli startupper per dare concretezza e aiutarli nella valutazione e sviluppo della loro idea.

Come uno startupper trasforma la sua idea in un’attività di successo?

“Per rispondere a questa domanda, bisogna fare una forte semplificazione e ragionare a step. La prima trasformazione avviene valutando quanto quello che si sta mettendo in opera, possa generare effettivamente del valore economico. Questo perché un’idea bella e utile non sempre è vendibile al potenziale target. Ciò non toglie però - e qui siamo al secondo step – che la stessa idea di startup possa essere vendibile per un’utilità più generale per cui non posso far pagare un certo servizio all’utente, ma magari ci sono aziende che trovano il servizio in linea con il loro posizionamento di marketing e hanno voglia e interesse di sponsorizzarlo o di comprarlo per farlo diventare un servizio offerto dalla marca al suo target. Sono due modelli diversi, ma entrambi possono funzionare per creare una startup innovativa e di successo”.

Innovazione e startup: una questione di tempi

In un periodo in cui la parola startup abbonda sulla bocca degli imprenditori, Barbara ci spiega quanto dura lo status di startupper.

“Legalmente e fiscalmente, un’impresa può essere definita startup per cinque anni dalla data di fondazione. Superati i cinque anni si cambia di stato. Ma oltre a ciò che viene definito dalla legge, si può anche identificare chi della startup ha l’approccio, nonostante l’età o la dimensione dell’azienda”.

Donne e tecnologia: Barbara Bontempi

Il nome di Barbara Bontempi è presente anche nel board dell’azienda Digital Bees di cui è amministratore delegato: “Digital Bees si occupa di dare supporto al mercato editoriale fornendo quella parte di contenuti che sono più difficili da creare per l’editoria digitale. In parole più semplici: fornisce contenuti ai siti che non hanno la possibilità di produrseli internamente. Tornando quindi al tema dell’ approccio da startupper, posso testimoniare che la società esiste da ben più anni di quelli che la farebbero rientrare di diritto nella categoria delle start up innovative ma, dal punto di vista del modello di business, è in costante evoluzione o rivoluzione, pur mantenendo il suo DNA. Ci sono poi i casi delle aziende più grandi che fanno startup interne a cui abbinano un conto economico, ad esempio, e qui l’atteggiamento e l’approccio al lavoro è quello tipico dello startupper, che deve essere sempre aggiornato, mordere il freno e non lavorare, quindi, sulla base di qualcosa che già funziona e ha già la sua solidità”.

Innovazione e tecnologia fanno rima con donne e con giovani?

Il tema delle donne nelle start up e del binomio donne e tecnologia è stato già affrontato ed è in evoluzione. Dal punto di vista dell’età, invece, Barbara racconta di un mondo imprenditoriale bipolarizzato: “La maggior parte delle startup B2B, che riguardano approfondimento, visione e tecnologie, vengono create da persone che arrivano da specifici mercati e hanno sulle spalle già una decina di anni di esperienza. Si tratta di attività nate sull’idea di evoluzione di un prodotto, fatto con il bagaglio dell’esperienza passata, quindi. Mentre le startup che si sentono più raccontate sono quelle dei giovani, perché solitamente nascono da una necessità molto più quotidiana, del day by day, e molto spesso nascono sull’onda di opportunità che arrivano dall’evoluzione del nostro mondo quotidiano. È per questo che la percezione comune identifica lo startupper con il giovane”.

Un mondo che non è tutto uguale

“Non ho una visione così globale, ma posso testimoniare che c’è una grande differenza tra atteggiamento italiano e atteggiamento d’oltralpe.

  1. In Italia ci innamoriamo di idee che vanno molto di moda e perdiamo più di vista la parte più di sviluppo del progetto. È per questo che in un certo momento sono nate tante startup legate alla food delivery, ad esempio. Sicuramente hanno degli elementi di diversificazione, ma il core rimane lo stesso.

  2. Altra tipicità del nostro sistema imprenditoriale è che si valuta negativamente chi è andato male, mentre all’estero l’errore è valutato in modo più positivo: se qualcuno prima di me è andato male, so cosa non devo fare e questo è un plus. Si tratta di approcci culturalmente diversi.

  3. Ultima differenza: è più facile per la nostra cultura chiedere: “Quanto ti serve per realizzare la tua idea?” piuttosto che “Se io ti dessi questa cifra, cosa diventerebbe la tua idea?”. Sono approcci al fundraising differenti.

Il consiglio che Barbara Bontempi, donna specializzata in tecnologia e innovazione, darebbe a tutti gli startupper?

“Per fare innovazione dovete prendere un “vecchio” - e Barbara lo dice ridendo -, nel senso di saggio, sapiente (dal latino sapiens, colui che conosce)! Può sembrare una provocazione, ma saper scegliere le persone più giuste per farsi affiancare è importantissimo e, se ci si fa caso, le startup più di successo, dopo l’idea iniziale dei giovani, hanno preso qualcuno con delle solide basi per crescere e svilupparsi. È importante riuscire ad affiancare l’esperienza al guizzo del momento”.

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