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Intelligenza Artificiale: parte I. Storia, evoluzione e sviluppo futuro. Dai primi prototipi agli umanoidi e androidi di domani.

La prima sfida tra l’uomo e intelligenza artificiale: Kasparov vs Deep Blue

Philadelphia, 10 febbraio 1996

Il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov è seduto al tavolo da gioco. Fissa dritto negli “occhi” il suo nemico. Si chiama Deep Blue: è un cervello di silicio programmato dalla IBM capace di analizzare 100 miliardi di mosse in 3 minuti.

Per la prima volta nella storia, l’intelligenza artificiale sfida l’intelligenza umana e vince un match. Kasparov prevale complessivamente, con un risultato di 4 a 2, ma per i telegiornali di tutto il mondo la notizia è un’altra. Ed è sensazionale. Per la prima volta nella storia un computer ha strappato un match a scacchi al campione del mondo imbattuto.

“Durante la sfida mi è parso di notare più volte nelle mosse del computer intelligenza e creatività così profonde da non riuscire a comprenderle” dirà Kasparov a caldo dopo l’incontro con Deep Blue.L’anno successivo si ripete l’incontro. Deep Blue vince. Kasparov sbaglia più volte, prova inutilmente a sorprendere il computer, grida al complotto, salvo poi, smaltita l’arrabbiatura, ritrattare con sportiva autocritica.

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Intelligenza artificiale contro intelligenza umana, secondo round: Lee Sedol vs Alpha G

Seoul, 15 marzo 2016

Lee Sedol, campione sudcoreano del complicatissimo gioco Go, sfida l’intelligenza artificiale. Il supercomputer AlphaGo della Google Deepmind vince 4 a 1 nel gioco da tavolo strategico più popolare d’Asia e anche più complesso, almeno secondo gli esperti, degli scacchi. Se la prima mossa di una partita a scacchi offre 28 possibilità, nel gioco del Go le possibilità diventano 361. Se una partita a scacchi dura 80 giri, a Go si arriva a 150.

Tre anni dopo quella sconfitta, nel 2019, Lee Sedol, 18 titoli internazionali vinti, getta la spugna di fronte all’AI.

“Con il debutto dell’AI nei tornei di Go, ho capito che non sarò mai più in vetta anche se dovessi diventare, con molti sforzi, il numero 1. Alpha go ha fatto cose che non sono possibili per un essere umano”.

Chissà se il fondatore della divisione Deep Mind di Google, David Silver ha replicato alle frasi di congedo di Sedol dal mondo del Go con convinzione o solo con signorilità, riconoscendo al campione (umano) di aver portato AlphaGo all’estremo delle sue capacità.

È chiaro che in un gioco come gli scacchi, le aperture e le chiusure, in quanto griglie inderogabili e codificate, limitano le possibilità che a prevalere sia l’intelligenza umana. È nel centro partita che, al contrario, l’intelligenza umana potrebbe avere la meglio supportata da fattori che non appartengono all’automa meccanico, come la creatività. Il tempo e il perfezionamento dei software dimostreranno che anche al centro partita il computer non può che prevalere lasciando all’uomo una sola possibile ambizione: il pareggio.

1800, primo “prototipo” di macchina con intelligenza artificiale: il turco di Von Kempelen

Sapevate che anche Napoleone era un amante degli scacchi?

Ne aveva imparato regole e strategie quando era un giovane ufficiale di artiglieria. Nelle "Cronache napoleoniche" viene descritto come pessimo giocatore, spesso irascibile, incapace di accettare la sconfitta, dedito al baro. Il 9 ottobre 1809, l’imperatore sfidò il Turco di Von Kempelen, una delle massime attrazioni dell’epoca, una sorta di automa realizzato dall’inventore ungherese Wolfgang Von Kempelen.

Si trattava di una macchina ricavata da una scrivania di acero alla cui sommità vi era una scacchiera in avorio. Dietro alla scrivania, un manichino a grandezza naturale con barba turbante e abiti turchi, “sfidava” il malcapitato. La partita scatenò le ire funeste di Napoleone che, dopo la seconda sconfitta consecutiva, avvolse con uno scialle la testa del manichino ipotizzando che al suo interno ci fosse un uomo.

Non era molto lontano dalla verità in effetti. Il trucco del Turco fu svelato molti anni dopo, nel 1834. All’interno dell’automa, c’era un nano nascosto nella struttura della scrivania, che manovrava gli ingranaggi del turco.

Fu Edgar Allan Poe a fornire una accurata e dettagliata descrizione del marchingegno in un articolo pubblicato nel 1836 sul Southern Literary Messenger.

Come funziona l’intelligenza artificiale, algoritmi a supporto della macchina

Tornando alle sfide reali tra Uomo e macchina, cerchiamo di capire cosa ci sia a supporto dell’uno e dell’altra. Mettiamo a confronto i due algoritmi dando prima di tutto, una definizione precisa del termine "algoritmo".

Algoritmo = metodo per arrivare alla soluzione di un problema sulla base di una serie di step. Input + elaborazione (Black Box) = Output

Il grande limite dell’intelligenza artificiale alberga proprio nella Black Box, la scatola nera dell’AI. Non è chiaro perché gli algoritmi si comportino in un determinato modo. Dietro all’algoritmo di AlphaGo ci sono:

  • migliaia di processori,

  • il lavoro di centinaia di scienziati, anni di allenamento del codice,

  • anni di allenamento del codice.

Dietro all’algoritmo del campione sudcoreano Lee Sedol ci sono:

  • un cervello umano e una tazza di caffè.

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L’algoritmo inoltre non sa fare altro rispetto al compito per cui è stato programmato. Basta aggiungere una fila alla scacchiera di Go per vedere AlphaGo “cadere nel panico”. Sedol oltre a giocare a Go, sa fare un mare di altre cose.

Quale tra i due cervelli vi affascina di più?

Etica e intelligenza artificiale. È giusto valicare i confini della condizione umana?

“Il corpo umano funziona come una macchina, incomparabilmente meglio ordinata, ed ha in sé movimenti più meravigliosi di qualsiasi altra tra quelle che gli uomini possono inventare… Come noi quegli uomini saranno formati di un’anima e di un corpo”. René Descartes

Nel XVIIesimo secolo, teorizzando la visione meccanicistica del mondo, il filosofo francese noto come Cartesio già immaginava gli automi del futuro, definendo l’uomo stesso una macchina che segue un meccanismo preciso e definito. Un meccanismo formato da tessuti, nervi, muscoli che potrebbero essere sostituiti da molle, pistoni e tubi alla stregua di una vera e propria macchina.

Spingersi sempre oltre i propri limiti. Valicare i confini delle proprie capacità. Potenza e fragilità dell’Uomo.

Parlare di intelligenza artificiale significa inevitabilmente affrontare anche temi etici che riguardano la relazione uomo-macchina nell’ottica di una reciproca intelligenza collaborativa e che riguardano il quesito: è giusto andare oltre i confini della condizione umana? Il lavoro di chi si occupa di sviluppo dell’AI ha reso oggi reale ciò che fino a 30 anni fa era ipotizzabile solo nei film di fantascienza.

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Film e intelligenza artificiale, Wargames - giochi di guerra: quando il cinema prevede il futuro

Un film in particolare è stato inserito nel Pantheon delle pellicole cult di chi oggi si occupa di AI: Wargames, Giochi di guerra (1983), pellicola che contiene, tra le altre, la prima scena di un hacker in azione.

C’è un breve botta e risposta, diventato una delle spinte che hanno determinato le carriere degli smanettoni di PC anni 80 di allora che oggi ricoprono ruoli apicali nelle aziende di AI.

Il protagonista David, ragazzino geniale, appassionato di informatica con una promettente carriera da hacker davanti a sé, parla con Joshua, un supercomputer studiato e progettato per rispondere ad un eventuale attacco missilistico, ma con una falla: quella di non distinguere realtà effettiva da realtà virtuale.

David: È un gioco oppure è reale?
Joshua: Che differenza fa?

A.I. intelligenza artificiale: scenari possibili di un domani che è già oggi

David è anche il nome del bambino robot protagonista di A.I. Artificial Intelligence, pellicola del 2001 scritta e diretta da Steven Spielberg, basata su un progetto di Stanley Kubrick e tratta dal racconto del 1969 di Brian Aldiss Supertoys last all summer long.

Il cambiamento climatico, l’innalzamento degli oceani, l’effetto serra hanno avuto forte impatto su un pianeta terra - anno 2025 - oramai irrimediabilmente compromesso. La tecnologia ha fatto enormi passi avanti, rendendo possibile la progettazione di androidi robot con fattezze umane (qualcosa di molto simile ai replicanti già realizzati nel 1982 da Ridley Scott in Blade Runner).

In questo mondo immaginato però, i robot sono in grado di provare sentimenti. Di piangere, di ridere e di amare. È ciò che rende speciale David, il bambino androide protagonista del film, temuto dagli umani per una somiglianza che essi ritengono eccessiva e minacciosa.

L’idea di partenza di Stanley Kubrick era quella di ambientare il film a metà degli anni Novanta. Lo frenò la corsa inarrestabile della tecnologia digitale che veniva in quegli anni utilizzata sempre di più dalle produzioni cinematografiche. Kubrick immaginò dove, aspettando ancora qualche anno, la tecnologia digitale sarebbe potuta arrivare e cosa avrebbe potuto creare per il cinema. Decise allora di rimandare il progetto di qualche anno, per renderlo ancora più grandioso. Nel 1999 morì, passando il testimone a Steven Spielberg.

È il 2001 quando Spielberg inizia a lavorare a A.I. Artificial Intelligence. La storia viene ambientata nell’anno 2025. Guardarla oggi, pensando a come all’inizio del nuovo millennio veniva immaginato il nostro tempo, è un esercizio interessante e divertente.

Cosa c’è oggi di quel mondo immaginato nel passato? Cosa è stato realizzato? Cosa resta ad oggi ancora solo un’ipotesi di un futuro possibile ma ancora lontano? Se il 2001 immaginava il nostro presente come ritratto in A.I, come immaginiamo noi oggi il 2050? La Quarta Rivoluzione industriale, quella della robotica, delle biotecnologie, dell’AI, avrà pienamente espresso tutte le sue potenzialità?

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I.Cub, il “pinocchio” del futuro. È italiano il primo “bambino robot” umanoide

Proprio come David, il bambino androide, anche I.Cub è un bambino, o quantomeno ci si avvicina. I.Cub apre gli occhi per la prima volta nel 2004, è un robot dai tratti antropomorfi, alto 104 centimetri, pesante 22Kg e che riproduce le fattezze di un bimbo di circa 4 anni (dall’inglese Cub = cucciolo), figlio del Professor Giorgio Metta e dell’Istituto Italiano di tecnologia, di cui lo stesso Professore è diventato da gennaio 2020 Direttore Scientifico.

I.Cub è il primo prototipo di Robot bambino con una capacità assolutamente inusuale ed esclusiva: quella di riuscire a percepire il mondo circostante, di osservarlo e apprendere da esso, distinguendo suoni, imparando i nomi degli oggetti e rilevando il contatto fisico grazie ai sensori tattili di cui è dotato e alla pelle artificiale da cui è ricoperto.

ICub è in grado, in completa autonomia, di afferrare e vedere oggetti, di dosare la sua forza a seconda del peso di ciò che deve prendere, senza alcun centro di comando che gli ordini come e quando farlo. Reagisce agli stimoli esterni e ad essi risponde. Se lo si spinge, lui bilancia il suo equilibrio muovendosi proprio come farebbe un bambino vero che non vuole cadere.

Proprio come un bambino, I.Cub, è in una fase tutt’ora evolutiva non è un progetto finito e proprio come un bambino, sbagliando, impara dai suoi errori e si migliora.

Intelligenza artificiale, nuove applicazioni nella robotica: assistenti personali speciali

“Posso concepire un futuro nel quale i dispositivi robotici diventeranno una parte onnipresente della nostra vita, giorno dopo giorno. Credo che le tecnologie come il calcolo distribuito, il riconoscimento visivo e vocale e la connettività wireless a banda larga apriranno le porte a una nuova generazione di dispositivi autonomi che permetteranno ai computer di operare nel mondo fisico per la nostra utilità. Potremmo essere sul punto di una nuova era, quando il PC andrà oltre la scrivania e ci permetterà di vedere, sentire, toccare e manipolare oggetti in posti dove non sia fisicamente presenti”. Bill Gates da Robot in every home.

Era il 2008 quando il numero 1 di Microsoft, parlando di robotica, dichiarò di immaginare un futuro abbastanza prossimo in cui una robotica domestica molto avanzata avrebbe dato vita al Personal Robot, un umanoide in grado di interagire e aiutare l’uomo nelle sue azioni quotidiane.

C’è ancora da attendere per questo. Quanto? È possibile fare solo una stima dei tempi necessari alla tecnologia robotica per realizzare il sogno di Bill Gates.

Pensate che l’automobile, e dunque lo sviluppo della meccanica, ha impiegato 90 anni per raggiungere il 100% delle famiglie americane. Il cellulare, e dunque lo sviluppo del software, ha impiegato solo 15 anni per raggiungere lo stesso campione di consumatori.

Possiamo collocare lo sviluppo della robotica, tra la meccanica e il software, ipotizzando che saranno ad esso necessari almeno 25 anni ancora per poter realizzare ciò che fino ad oggi è stato possibile vedere solo nei film di fantascienza. O leggere nei racconti di Isaac Asimov.

“Siete la psicologa della U.S. Robots vero?
Non psicologa, ma robopsicologa.
Oh perché? I robot sono così diversi dagli uomini dal punto di vista mentale?
Diversissimi. I robot sono fondamentalmente onesti".

Da Io, Robot di I. Asimov, 1950.

Libera Sibilla

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