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News / Donne scienza invenzione carriera / Dall’amore per il pianeta l’amore per la sua protezione
Inquinamento ambiente marino

Dall’amore per il pianeta l’amore per la sua protezione

“DONNE SCIENZA INVENZIONE CARRIERA - Progetto di Gianna Martinengo”
Dalle esperienze alle skill al role model, viaggio tra le professioniste e scienziate che stanno facendo progredire il mondo della scienza italiano e internazionale. Interviste a "mente aperta” anticipate da un viaggio nei diversi mercati dell’innovazione.

Come ben racconta Sandra Hochscheid nella sua intervista che potete leggere di seguito, è abbastanza struggente dover entrare in contatto con una tartaruga marina e constatare che la sua sopravvivenza è messa in pericolo da una bottiglia di plastica che si trova nel suo stomaco.

Il discorso vale anche per i pesci e per tutti gli abitanti del mare. Se “il mare è vita”, allora la vita di tutti noi è in pericolo, dato che nel XXI secolo non abbiamo ancora imparato a smaltire e riciclare correttamente la plastica e consideriamo ogni distesa di acqua come una discarica a cielo aperto nella quale gettare ogni genere di rifiuto.

“riciclo

Il dito è puntato sulla plastica per due motivi. Il primo: è un materiale che impiega tantissimo tempo a degradarsi (dai 10 ai 30 anni un semplice sacchetto). Il secondo: oggi abbiamo la possibilità sia di sostituire la plastica con materiali biodegradabili, sia di riciclare correttamente le confezioni in plastica e immetterle nuovamente nel mercato per un nuovo utilizzo. La domanda è: perché non lo facciamo abbastanza?

La protezione del pianeta parte dal riciclo della plastica

Nel nostro Paese il tasso di riciclo degli imballaggi in plastica è pari al 40%. A livello europeo, il tasso aggregato di riciclo, riferito al complesso della plastica post-consumo, è pari al 31,1%, e pari al 40,9% per la plastica da imballaggio. A livello mondo siamo attorno al 15% (tasso globale di riciclo).

Per lo smaltimento della plastica si può fare molto di più!
Una spinta verso percentuali più alte, per quanto ci riguarda, proviene dall’Unione Europea e dai suoi obiettivi (come “La previsione, a lungo termine, di immissione al consumo del 100% di imballaggi plastici riusabili o riciclabili”, solo per le plastiche da imballaggio).

È necessario, dunque, perché l’impegno sia ancor più fattivo e allargato a tutte le popolazioni, che si agisca sul fronte della sensibilizzazione e delle azioni concrete per salvare il pianeta. Da più parti, anche nel nostro Paese, stanno nascendo iniziative che puntano a coinvolgere le persone in campagne di pulizia per esempio delle spiagge, o dei parchi pubblici. La sensibilizzazione va sicuramente portata anche nelle scuole, in quanto l’educazione al corretto uso e smaltimento dei vari materiali è essenziale perché il riciclo sia sempre più importante.

Le donne? Nel settore della sostenibilità ambientale possono fare la differenza. Con forza e determinazione.

Il motivo? Per inventare un mondo migliore, per costruirlo nel quotidiano ideando soluzioni accessibili, occorrono, insieme, capacità di visione e concretezza. Ma non solo: è necessaria una buona dose di lateral thinking, quella dote – che le donne possiedono in gran quantità - che permette di abbandonare lo stato dell’arte per avviarsi, quasi al buio, a reinventare un prodotto, un servizio, un’azienda, un processo industriale. Ottenendo risultati eccellenti.

Dalla montagna di plastica mal conferita non ci salveranno solo l’ingegneria e la chimica, ma anche il marketing, l’istruzione, il design: tutte le skill, anche le meno strong, sono necessarie per imprimere un cambio culturale, aumentare l’attenzione nei confronti di un problema, trasformare la creatività in progettualità.

Le donne sono istrioniche professioniste, attente creatrici di fantastici mondi… e dato che si tratta, in questo momento storico, di salvare il pianeta, attualmente l’unico mondo che conosciamo e sul quale possiamo vivere, direi che siamo in ottime mani.

SOS tartarughe. L’impegno della biologa marina Sandra Hochscheid a difesa delle tartarughe marine.

“plastica

Nonostante la loro lunga storia su questo pianeta, le tartarughe marine sono diventate, loro malgrado, il simbolo dell’inquinamento e dell’importanza della salvaguardia dell’ambiente marino. Se il ritrovamento di fossili documentano, infatti, la loro presenza già almeno 120 milioni di anni fa (sarebbe Desmatochelys padillai la più antica tartaruga marina finora nota), la presenza di frammenti e resti di plastica nello stomaco delle tartarughe marine accudite dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli non lascia alcun dubbio su quanto insidiosa possa essere la plastica in mare.

A volte un sacchetto è il loro ultimo pasto, altre volte perdono una pinna perché rimane irrimediabilmente annodata tra fili di plastica…

La plastica in mare, però, è solo una delle minacce che mettono a repentaglio le tartarughe marine” puntualizza Sandra Hochscheid, che alla Stazione Zoologica partenopea coordina il Turtle Point - Centro Ricerche Tartarughe Marine.

La loro sopravvivenza è minacciata infatti da diverse attività umane che impattano negativamente sull’ambiente marino: dal turismo balneare nei siti di nidificazione, alla pesca e al traffico marittimo. Le tartarughe possono infatti rimanere accidentalmente intrappolate nelle reti, possono ingoiare ami o esche e possono riportare ferite anche molto gravi, se non addirittura mortali, a causa delle collisioni con le imbarcazioni a motore” racconta la biologa marina, la cui voce lascia trapelare non solo le sue origini d’oltralpe ma ancor di più l’amore per il suo lavoro.

Il mio interesse per la biologia nasce negli anni del liceo. In particolar modo ero affascinata dal mare e volevo studiare il mare: cosa che suonava bizzarra essendo cresciuta, io, in mezzo alle foreste della Renania”.

“proteggere

Sandra Hochscheid inizia i suoi studi in biologia con specializzazione in zoologia e biologia marina alla Christian-Albrechts-Universität di Kiel, nel nord della Germania. L’amore per le tartarughe marine si consolida durante la tesi di laurea. Ed è allora che capisce chiaramente che vuole lavorare sul campo, andare in mare, monitorare e studiare il comportamento di questi rettili marini.

E così inizia a viaggiare - Cipro, Australia, Sud Africa - fino ad approdare in Italia, a Napoli. Dove dal 2001, all’ombra del Vesuvio, coniuga l’attività di ricerca a quella di soccorso. Perchè il Centro Ricerche Tartarughe Marine di Napoli è in fondo una sorta di pronto soccorso per le tartarughe in difficoltà.

«Sì, ma non solo. È un centro di recupero dove, se è necessario, ospitiamo anche a lungo le tartarughe, a seconda della gravità del danno subito, al fine di farle tornare in mare in perfetta salute. Siamo attrezzati, infatti, a gestire sia il primo soccorso che la riabilitazione fino al rilascio in mare. Abbiamo spazi, dunque, dedicati alla cura delle tartarughe marine, l’ambulatorio con la sala chirurgica, quello dove poter fare gli esami radiologici, le grandi vasche per la convalescenza, ma anche i laboratori per le analisi ambientali e biologiche e un centro visite.

Perché il nostro impegno è indirizzato alla protezione dell’ambiente marino e al salvataggio di questi grandi vertebrati, ma anche alla sensibilizzazione: cerchiamo cioè di far comprendere l’importanza della biodiversità marina».

Il Centro, quindi, è un luogo in cui ricerca, conservazione e divulgazione convivono per promuovere la salvaguardia degli ecosistemi dell’ambiente marino?

«Esattamente. Ricerca, conservazione e divulgazione vanno a braccetto perché solo conoscendo meglio il mare e i suoi abitanti possiamo proteggerlo. Svolgiamo quindi attività di ricerca e di monitoraggio ambientale, perché solo accrescendo le nostre conoscenze su questi straordinari abitanti del mare possiamo migliorare le misure di protezione e conservazione.

Gli studi genetici, per esempio, ci consentono di capire se sono esemplari nati qui o altrove. Il mare, in fondo, è una rete di spostamenti con diversi nodi dove le tartarughe si incontrano: conoscere questi nodi per noi è di particolare interesse per garantirne un’adeguata conservazione. E così le monitoriamo e le contiamo, per poter stimare la loro abbondanza: sapere quante tartarughe sono presenti in una certa area è fondamentale perché senza questo dato è difficile poi valutare gli effetti delle misure di conservazione adottate.

“salvare

Avere dati aggiornati fa insomma la differenza. Se si copre, per esempio, una nuova spiaggia di nidificazione, si può estendere un’area marina protetta. E di fatto stiamo riscontrando sempre più numerose nidificazioni in Italia rispetto a 30-40 anni fa».

Parlando di ricerca, lei in particolare studia gli adattamenti fisiologici delle tartarughe marine, che respirano aria e, quindi, alle attività subacquee devono alternare il ritorno in superficie per respirare.

«Mi ha sempre affascinato come questi animali, che respirano con i polmoni, si siano adattati alla vita in mare: trascorrono infatti il 98% della vita sott’acqua, in una sorta di perenne deficit di ossigeno, per tornare in superficie per respirare. Indago la loro resilienza nel rispondere ai cambiamenti ambientali».

Sono particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici?

«Il mare si sta scaldando: e questo è un fatto, non un’ipotesi. Il Mediterraneo in particolare è interessato da periodi di super caldo che possono addirittura causare la mortalità di alcune specie marine. Le tartarughe Caretta Caretta hanno un ampio range di tollerabilità, perché nelle migrazioni che abitualmente compiono dal nord Adriatico fino al sud della Libia possono tollerare anche 15°di differenza nella temperatura dell’acqua… Ma il variare della temperatura inevitabilmente determina una serie di impatti sulla loro fisiologia.

“salvare

L’aumento della temperatura dei mari impatta per esempio sul loro consumo di ossigeno. Inoltre dobbiamo tenere d’occhio l’aumento delle temperature ambientali perché il sesso delle tartarughe è determinato dalla temperatura ambientale durante la covata».

Un destino comune ad altri molti rettili?

«Sì. Le tartarughe sono rettili marini. E come per altri rettili, il sesso dipende dalla temperatura in cui si sviluppa l’embrione. Per quanto riguarda le tartarughe marine, l’unica fase che vivono a terra è lo sviluppo embrionale: una volta in vita, schiuse le uova cioè, le tartarughe entrano in mare per fare ritorno a terra solo per la deposizione delle uova, che vengono poi incubate sotto la sabbia. Ebbene, il sesso è determinato dalla temperatura media ambientale: più fa caldo più nascono tartarughe femmine. Per cui l’aumento della temperatura globale potrebbe determinare un’alterazione del rapporto tra i sessi: in altre parole, se le temperature continuano ad aumentare potremmo avere solo femmine e per il futuro della specie sarebbe un problema…

È molto probabile che le maggiori nidificazioni di Caretta Caretta, la specie più comune nel Mediterraneo, che stiamo riscontrando in Italia siano una risposta all’aumento delle temperature nei consueti siti di nidificazione in Grecia, Libia, Turchia, Cipro. In altre parole, è plausibile che si stiano spostando verso latitudini più alte in risposta all’aumento della temperatura. Dico probabile, perché la vera causa non è del tutto nota. È anche possibile, per esempio, che quando arriva la primavera (che è più calda di 30 anni fa), le tartarughe che già si trovano vicino alle nostre coste per cercare cibo, si accoppiano con i maschi presenti nella stessa area e, anziché spostarsi verso il bacino orientale del Mediterraneo, nidificano sulle nostre spiagge perché trovano comunque buone condizioni per l’incubazione delle loro uova».

“smaltimento

A proposito di salvaguardia dell’ambiente: cosa possiamo fare per contribuire alla protezione di queste tartarughe che, secondo la classificazione dell’International Union for Conservation of Nature, sono in pericolo?

«Se si vede una tartaruga, è sempre buona prassi, indipendentemente se sia ferita o meno, chiamare la Capitaneria di porto (il numero blu 1530) che, in caso di bisogno, allerta i centri di recupero. Naturalmente, poi, ciascuno di noi può fare la propria parte, ogni giorno, per mantenere l’ambiente pulito. Proprio per questo, Covid a parte, ogni volta che riportiamo una tartaruga in mare, al termine della riabilitazione, condividiamo con scuole e famiglie il nostro amore per il mare e cerchiamo di spiegare l’impatto che le nostre azioni possono avere sulla vita di questi animali e dei loro habitat.

In fondo, la difesa dell’ambiente, del mare e dei suoi abitanti è un lavoro di squadra. Non mi stancherò mai di ricordare che il mare è vita, che la vita del nostro pianeta è legata la mare e anche la nostra, per cui non possiamo lasciarlo soffocare dai rifiuti».

Fonti: Plastic Europe, Corepla, Greenpeace Italia

Biografia di Sandra Hochscheid

Nata a Mülheim an der Ruhr, in Germania, il 13 aprile 1973, Sandra Hochscheid ha iniziato i suoi studi in Biologia all’Università di Marburgo, per poi trasferirsi a Kiel per specializzarsi in biologia marina. Per la sua tesi di laurea trascorre un’estate a Cipro per studiare il comportamento delle tartarughe marine durante il periodo di riproduzione. Grazie alla borsa di studio del German Academic Exchange Service, conseguita nel 1999, prosegue gli studi sulle tartarughe marine con un dottorato presso il Dipartimento di Zoologia dell’Università di Aberdeen in Scozia, e, per la parte pratica, presso l’acquario della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli.

Nel corso del suo lavoro di dottorato ha l’opportunità di collaborare anche in ricerche di campo sia a Lambert’s Bay in Sud Africa per uno studio sulla termoregolazione di giovani sule, che a Heron Island in Australia per uno studio sul consumo energetico di tartarughe verdi in natura.

Nel 2001 comincia a lavorare per la Stazione Zoologica Anton Dohrn, specializzandosi nel campo del bio-logging, lo studio del comportamento degli animali in natura attraverso dispositivi elettronici, quali i trasmettitori satellitari. Dedica gran parte del lavoro al salvataggio e la conservazione delle tartarughe marine ferite a causa delle attività antropiche.

Dal 2013 è la responsabile del Centro Ricerche Tartarughe Marine e dal 2015 diventa Membro dell’IUCN – Species Survival Commission - Marine Turtle Specialist Group, per quale viene nominata Regional Vice Chair per il Mediterraneo nel 2016. Nel 2019 viene premiata dalla Internazionale Scuola Medica Salernitana con il Premio Trotula dedicato alle donne che si sono maggiormente distinte nel campo dell’arte, della cultura e della ricerca

È autrice di numerose pubblicazioni internazionali e Editore associato per due riviste scientifiche internazionali. Tra i suoi interessi di ricerca più recenti troviamo l’impatto del cambiamento climatico sulla distribuzione e sul comportamento delle tartarughe marine.

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