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Siamo tutti giornalisti, il mestiere che non c'è più. Come la digitalizzazione ha modificato il giornalismo.

Per prima cosa, smentiamo un luogo comune: “È vero perché lo ha detto la Tv”, “…è vero, è scritto sul giornale”. Un tempo forse, oggi non più. O comunque non sempre.

Digitalizzazione e nuove tecnologie cambiano il mondo del giornalismo

L’avvento dell’era digitale ha profondamente modificato gli scenari dell’industria culturale, le nuove tecnologie hanno investito e travolto il mondo dell’informazione modificandone contorni e regole. Spesso trasgredendole.

Ciò che fino a ieri era strumento necessario al giornalista di penna brillante e promettente, viene sostituito da nuove chiavi di accesso ad un mestiere che in molti dicono non esistere più. E se non fosse così?

Il nostro è un Paese pigro e storicamente resistente al cambiamento a differenza dei paesi anglosassoni dinamici e fluidi, soprattutto per quel che concerne l’adattamento e il mondo del lavoro. Chissà che questa attitudine tutta nostrana non incida in qualche modo nel frenare un cambiamento che potrebbe essere inteso come grande opportunità.

L’Italia fatica a plasmarsi su un nuovo modello in movimento che a tutti impone l’abbandono delle certezze (posto fisso, mansioni sempre uguali) e delle rigidità di ieri e l’approdo a una mentalità e a professionalità nuove.

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Tutto questo investe anche il mondo del giornalismo, arroccato a volte in una realtà che non esiste più e che è necessario abbandonare, per la sopravvivenza e lo sviluppo della professione stessa. Al passo con i tempi e con gli altri.

La digitalizzazione ha imposto molto più di un “semplice” (si fa per dire) salto dal cartaceo al web, richiedendo una rivoluzione dell’intero sistema dei media che ne ha messo in discussione tutti i parametri, modificando profondamente non solo la figura del giornalista ma anche quella del lettore.

L’immagine romantica e fascinosa del giornalista armato solo di taccuino penna e fiuto infallibile, è qualcosa che appartiene al passato. Oggi scrivere non basta più. Bisogna conoscere e avere accesso anche a tutto ciò che ruota attorno ad un articolo. Immagini, video, prodotti multimediali, montaggio analogico…

Editoria digitale: dal giornalismo delle 5W a quello delle 5W + le 5C

Ricordate la vecchia regola delle 5 W? Who – what – when -where- why: interrogativi ai quali rispondere nel primo periodo del testo, pilastro del giornalismo di stampo anglosassone. Ebbene, il passaggio all’online, ha richiesto l’aggiunta a questa, di una nuova regola imprescindibile: quella delle 5 C.

C come Contesto

Mai perderlo di vista nel flusso in continuo movimento di notizie e input. Se da un lato il web amplifica e arricchisce la possibilità di acquisire informazioni, dall’altro la velocità con cui lo facciamo, ci rende a volte bulimici e superficiali, sempre meno interessati ad approfondire e contestualizzare. Un giornalista non può permettersi di farlo.

C come Conversazione

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. A dirlo fu il nobel Umberto Eco durante una sua lectio magistralis.

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Questa definizione fece allora molto discutere. Senza entrare nel merito del valore di questa affermazione, è indubbio che il web ed i social abbiano fornito agli utenti la possibilità di scendere in una piazza virtuale ed esporre la propria opinione senza freni o censure. È sotto gli occhi di tutti quanto purtroppo queste piazze anziché diventare luogo di confronto e arricchimento si trasformino spesso in luoghi di odio in cui riversare frustrazioni e ignoranza. Tutelare le conversazioni (quelle che promuovono la crescita) è un dovere di chi promuove lo sviluppo e la libera circolazione di informazioni.

C come cura

Come in ogni cosa, necessaria anche e soprattutto nell’editoria digitale, per certi aspetti un vero e proprio far west. Cura nei contenuti, nella attendibilità della notizia e nella verifica delle fonti.

C come Comunità

Questa è intesa come comunità di lettori, abbonati, fruitori del servizio. Contare solo sulla pubblicità non è più strategia economica vincente. Il rapporto con il lettore diventa, oggi, un rapporto diretto di reciproco scambio. Coltivare questo rapporto diventa oggi un’operazione anche funzionale alla tenuta dello stesso prodotto editoriale. In una realtà in cui tutti possono parlare di tutto, diventa utile specializzarsi in qualcosa di più settoriale.

C come collaborazione

Non solo con la comunità di lettori, con l’avvento della tecnologia la collaborazione si è spinta molto oltre. Budget sempre più ridotti e il proliferare di figure di collaboratori in grado di sostituire il redattore inteso alla maniera classica, impongono un ampliamento delle collaborazioni tra giornale ed esterno. Start up, nuove piattaforme, operatori freelance, semplici cittadini che possono inviare le loro testimonianze. Il raggio delle collaborazioni possibili e funzionali si è fortemente ampliato.

I millennial diventano autori, produttori, reporter, distributori di contenuti audiovisivi nel tempo di un click. Spesso, non sempre, a discapito della veridicità e della attendibilità delle fonti e della notizia stessa.

Conseguenza del far west mediatico in cui si muovono abilmente giovani figure professionali contaminate, fluide e molto meno definite rispetto al passato, è il proliferare del virus dell’informazione liberal 2.0: le fake news.

Basta recuperare dalla memoria la storia dell’Uomo di Piltdown per capire che le fake news (come le chiamiamo oggi) hanno colpito anche in un passato ben lontano dalla digitalizzazione.

La differenza sta tutta nel click, e nella rapidità di diffusione della “bufala mediatica” che prima viaggiava attraverso il passaparola, e oggi diventa questione di un attimo.

Uomo di Piltdown, la fake news più longeva della storia

Pilton, East Sussex, Inghilterra 1912.

Charles Dawson, archeologo apprendista, annuncia il ritrovamento, avvenuto nei dintorni di una cava di ghiaia, dei resti fossili di un nuovo ominide (il mondo stupefatto aveva da poco applaudito la Germania che nel 1907 aveva ritrovato Homo Heidelbergensis).

Dawson e il suo Eoanthropus dawsoni o uomo di Piltdown convinsero il paleontologo Arthur Smith Woodward, curatore del settore Geologia del British Museum, che si prese la briga e assunse la responsabilità di annunciare, davanti alla Geological Society di Londra, una la sensazionale scoperta. Sensazionale di certo per Dawson, Woodwar e in parte per la Gran Bretagna stessa, a cui la scoperta avrebbe assicurato riconoscimenti da tutto il mondo. Peccato che la sensazionale scoperta, altro non fosse parte di una mandibola di primate contenente due molari e parti di un cranio di tipo umano peraltro smascherate ben 41 anni dopo.

Probabilmente la fake news più longeva della storia.

“Le fake news possono avere conseguenze devastanti nel mondo reale”. Hillary Clinton, 8 Dicembre 2016.

La politica ha spesso gridato al complotto e definito fake news, dossier scottanti, rivelazioni top secret, che hanno imbarazzato il mondo dei potenti. È accaduto sistematicamente a partire dal 2006 quando Wikileaks si è abbattuto come uno tsunami sull’opinione pubblica mondiale.

Wikileaks, la bestia nera dell’era digitale

“È compito del buon giornalismo parlare degli abusi di potere, e quando gli abusi di potere sono messi in luce, c’è sempre una reazione contraria”. Julian Assange, fondatore di Wikileaks.

Dall’inglese “leak” = fuga di notizie, Wikileaks, come Wikipedia, si appoggia sul software libero Media Wiki che consente, a chiunque voglia, di pubblicare in forma anonima e condividere con gli utenti di tutto il mondo informazioni e documenti top secret. Nessun autore, nessuna fonte, nessun fondo governativo.

“La bestia nera dell’era digitale”, questa la definizione data dal Guardian alla creatura di Assange. Un archivio incensurabile di file e dossier scottanti che le diplomazie del pianeta vorrebbero restasse per sempre chiuso nel buio di un caveau sotterraneo.

Gli inizi non sono stati così eclatanti come i capitoli successivi della storia di Wikileaks. Il primo documento top secret, riguardante l’ordine impartito e controfirmato dallo sceicco Hassan Dahir Awayes di far assassinare alcuni ufficiali del governo somalo, è stato diffuso nel 2006. In allegato ad esso, la promessa di imminente pubblicazione di un milione di documenti.

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Uno dopo l’altro i file firmati Wikileaks si sono abbattuti sull’opinione pubblica scuotendo le coscienze e facendo tremare le cancellerie di mezzo mondo. Dalle torture perpetrate sui prigionieri del famigerato carcere cubano di Guantanamo, ai reati fiscali di frode e riciclaggio di denaro sporco da parte della banca svizzera Julius Baer. Dallo scandalo della multinazionale Trafigura coinvolta nel traffico di rifiuti tossici in costa D’Avorio, alle 570 mila intercettazioni di sms dell’11 settembre.

Poi la rivelazione che più di tutte ha fatto scalpore: quella contenuta nelle confessioni del 25enne soldato americano di stanza in Iraq, Bradley Manning. Gli spari degli Apache americani sui civili nel luglio del 2007, 91.920 file del Pentagono sulla guerra in Afghanistan e 391.832 su quella in Iraq, 251.287 cablo della diplomazia Usa e infine 779 schede personali dei detenuti di Guantanamo.

Da Wikileaks alla primavera araba: il mondo vuole libertà di informazione e trasparenza

Dal 1927 il settimanale americano Time attribuisce ogni anno il premio di “person of the year” alla figura più influente a livello planetario in quello specifico arco temporale, dedicando ad essa la sua copertina.

Nel 2010 due personaggi sono arrivati in finale: una di queste era Julian Assange. L’altra, si è aggiudicata l’ambita copertina. Nonostante il fondatore di Wikileaks fosse stato scelto e votato dai lettori del Time, l’editore preferì scartare sul finale la sua la candidatura, probabilmente scomoda a livello politico, preferendo quella del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg.

Esattamente ad un anno di distanza, nel 2011, lo stesso riconoscimento è stato attribuito a tutti i dimostranti, manifestanti che hanno riempito in quell’anno le piazze: delle primavere arabe, delle manifestazioni degli “occupy”, delle proteste contro il traffico di droga in Messico, della Grecia anti austerity e della Russia post elettorale.

Nessun volto riconoscibile, nessun nome. Solo un viso disegnato e coperto da un foulard con il titolo “The Protester” e la motivazione: i movimenti di quest’anno sono stati i più straordinari, globali e drastici. Quasi tutti sono nati spontaneamente.

Se proviamo a tornare indietro di qualche anno con la memoria, scopriamo un fil rouge che lega la diffusione dei file top secret da parte di Wikileaks alla nascita spontanea, qualche tempo dopo, di movimenti consapevoli di protesta. Alla pubblicazione di file che hanno imbarazzato l’America, Assange ha fatto seguire informazioni a danno di molti leader arabi. Notizie che hanno di fatto avviato il periodo di sommosse e proteste in paesi del Mondo Mediorientale, la cosiddetta Primavera Araba.

Contestualmente all’indignazione mondiale per la diffusione di file scottanti, aumentava la forza di una sorta di coscienza collettiva atta a testimoniare in prima persona e mostrare al mondo ingiustizie, rivolte, battaglie anti sistema in paesi storicamente autocratici che ben poco spazio lasciano alla libertà di espressione, informazione e alla tutela dei diritti umani.

Movimenti spontanei di giovani armati di smartphone hanno tolto il velo a fatti che senza di loro sarebbero rimasti celati dallo strapotere dei regimi nordafricani. Nessun filtro, nessuna censura, immagini live riprese e messe in rete. Le Primavere Arabe sono arrivate negli smartphone di mezzo mondo.

Primavera Araba: golpe a colpi di tweet e video online

Secondo molti osservatori politici, il ruolo dei social network nelle proteste che in alcuni Paesi hanno portato al rovesciamento di dittature pluridecennali (quello di Ben Ali in Tunisia e quello di Mubarak in Egitto), è stato evidente e di forte impatto.

Questi canali di comunicazione hanno permesso alle immagini e alle storie di famiglie tunisine, egiziane, marocchine, siriane di venire alla luce e di essere condivise da milioni di utenti, aggirando le rigide restrizioni sull’uso del web.

Le grandi emittenti satellitari del mondo arabo, come Al Jazeera o Al Arabiya, hanno fatto da cassa di risonanza a video girati da manifestanti, dagli attivisti durante le proteste, mandandoli in onda durante i loro notiziari, dando conto dei tentativi di repressione e scatenando una sorta di reazione a effetto domino che ha portato in pochissimo tempo ad un’ondata di rivolte senza precedenti in quell’area.

Un grande passo in avanti se pensiamo che nel 1990 la notizia dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein venne di fatto taciuta per giorni e resa nota successivamente dai media dell’Arabia Saudita.

Solo a partire dal 1996, con la nascita dell’emittente Al Jazeera con sede in Qatar, il Mondo arabo avrà la sua tv satellitare all news in onda h24. Da allora ad oggi, è stato un proliferare di canali satellitari all news di varie influenze politiche nell’area mediorientale. Nel 2003 fa il suo ingresso nel mercato il canale Al Arabiya con un network panarabo di stanza a Doha.

Le 2 tv competitor sono diventate con gli anni, una finestra sul mondo e la politica mediorientale anche per il mondo occidentale. Al Jazeera ed Al Arabiya sono diventati punti di riferimento per tutti quegli utenti interessati ad avere un punto di vista completo delle storie, raccontate da più voci e non più solo dai canali classici statunitensi Bbc, CNN.

A proposito di questo, facciamo un passo indietro doveroso. Riavvolgiamo il nastro, è necessario.

La storia del giornalismo: la nascita della CNN

Anno 1991: Norman Schwarzkopf e Boris Eltsin. Il generale americano protagonista dell’operazione militare “Desert Storm” e l’eroe politico della nuova Russia post Gorbacioviana.

Personaggi noti che hanno fatto la storia, ma scalzati in quell’anno da un eccentrico miliardario di Atlanta, molto meno noto di loro, e della propria moglie Jane Fonda, che il settimanale Time incoronò uomo dell’anno schiaffando il suo volto in copertina.

“History as it happened”, “La storia mentre accade” il titolo del numero dedicato in quel 1991 a Ted Turner insignito di tale prestigiosa onorificenza perché, si legge nella motivazione: “Più di ogni altro ha influenzato la dinamica degli avvenimenti e ha convertito i telespettatori di 150 paesi del mondo in testimoni diretti della storia”.

Il riferimento è alla sua creatura, la CNN (Cable News Network), il primo canale satellitare all news della storia giudicata al suo battesimo on-air “una scommessa assolutamente folle”. 24 ore di trasmissioni live al giorno 365 giorni l’anno, che raggiungono ogni angolo del pianeta.

Domenica 1 giugno 1980, ore 17.00, la CNN debutta nei salotti americani, mutando definitivamente la definizione di notizia da qualcosa che è accaduto in qualcosa che sta accadendo. La storia mentre accade appunto.

Il 16 gennaio 1991, per la prima volta la guerra viene trasmessa in diretta Tv. Sulla CNN va in onda la Guerra in diretta, per la prima volta nella storia dell’informazione con la cronaca live dal tetto di un Hotel, della Prima Guerra del Golfo.

La genialità visionaria di Ted Turner e la professionalità del giornalista Peter Arnett, regalano al mondo la possibilità di assistere con i propri occhi ai bombardamenti sui cieli di Baghdad, ripresi e trasmessi via satellite in diretta dall’unico giornalista occidentale presente in Iraq.

Dal tetto dell’Hotel Rashid va in onda una memorabile cronaca della Prima Guerra del Golfo, snodo nella storia dei media.

La storia mentre accade.

Libera Sibilla

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