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News / Tecnologia e società / Arte digitale, nuove tecnologie dell’arte multimediale. L’impressionismo del ventunesimo secolo.

Arte digitale, nuove tecnologie dell’arte multimediale. L’impressionismo del ventunesimo secolo.

Partiamo dal principio, definendo e delineando il perimetro della Digital Art. Compito non affatto banale per una forma d’arte multimediale molto spesso snobbata, banalizzata o non del tutto ancora compresa.

Alla scoperta dell’arte digitale:

Sono tanti gli interrogativi che sorgono di fronte alle nuove tecnologie dell’arte e alle opere digitali. Quasi sempre viene spontaneo (soprattutto da parte dei laici della materia) mettere a confronto ciò che si vede, con le opere immortali e gloriose del passato. “La creazione di Adamo” di Michelangelo Buonarroti è, in tal senso, una delle più inflazionate quando si tratta di utilizzare l’arte classica per fare a pezzi un’opera contemporanea di arte digitale.

Commenti del tipo: “Che ci vorrà mai a farla?”, “E questa sarebbe un’opera d’arte?”, “La saprebbe riprodurre anche un bambino”.

Senza volersi avventurare in territori più che scivolosi dando definizioni blindate, compito al quale ci si dovrebbe sempre sottrarre quando si parla di arte, cerchiamo di fornire qualche risposta agli interrogativi più ricorrenti, che sorgono nei primi imbarazzati momenti di approccio al mondo dell’arte digitale.

È possibile un’arte senza materia? È artista solo chi dà vita a creazioni spaccandosi le mani? Quali sono i nuovi strumenti che hanno sostituito tele, pennelli, tavole e pigmenti? Qual è l’impatto delle nuove tecnologie dell’arte sulla produzione di opere del 21esimo secolo?

Che cos’è davvero l’arte digitale?

Partiamo dal principio dunque, la definizione.

Digital art: web art, database art, digital activism, digital animation, digital graphic, game art, gif art, virtual art, new media arts, nano art, met art, robotic virtual art, arte elettronica, arte cibernetica, digital animation. Sono solo alcune delle definizioni che troviamo nell’immensa galassia della creatività digitale.

Se in principio erano matite e pennelli, oggi non lo sono più. Sostituiti o integrati da hardware e software spesso combinati tra loro come Photoshop, After Effects, Illustrator… La rete rende accessibile, in modo diretto e ad una platea vastissima, il lavoro di chi opera in questo settore, veicolando l’opera stessa con un semplice click. L’informatica assume un peso specifico in questo circuito, modificando anche il mercato.

Amiga 1000 e l’inizio della digital art

23 Luglio 1985, New York - Lincoln Center

Centinaia di giornalisti e fotografi sono accalcati nella sala grande del Building “For the Performing Arts”. Sono stati convocati da Commodore per la presentazione del suo ultimo gioiello: il computer AMIGA 1000.

Apple ha da poco rivoluzionato il mondo dei computer, rendendo intuitivo il loro utilizzo attraverso la sua nuova interfaccia grafica, lanciando sul mercato (24 Gennaio 1985) il primo modello di Mac, il Macintosh.

Commodore, fino ad allora leadership del settore, temendo di essere travolta e sotterrata da tale grandiosa intuizione di Apple, rilancia con l’acquisizione di “Amiga Corporation Inc”, start up di home/personal computer, fondata qualche anno prima, nel 1982, che ha già sviluppato chip innovativi. Commodore ci mette il capitale e, grazie ai prototipi sviluppati da Amiga, produce il suo primo personal computer AMIGA 1000, un nuovo prodotto che tra le tante ambizioni vanta quella di rivoluzionare anche il mondo dell’arte. Amiga 1000 ha a disposizione una palette cromatica di 4096 colori ed è in grado di creare immagini visualizzando contemporaneamente anche 32 (di quei 4096).

Commodore ha cercato per mesi un testimonialin grado di veicolare il suo messaggio. Un testimonial visionario in grado di codificare segnali di futuro e applicarli al presente. Un testimonial iconico espressione egli stesso del concetto di “multimedialità”. Dopo mesi di ricerche la scelta è caduta su Andy Warhol.

Andy Warhol, padrino inconsapevole dell’arte digitale

Sono gli anni in cui il re della Pop Art è all’apice della sua carriera, un simbolo universalmente riconosciuto di avanguardia artistico espressiva.

“Are you ready to paint me?”. Una voce richiama l’attenzione del pubblico in attesa, sovrapponendosi e sovrastando il brusio della sala. Il palco si accende.

“So, are you ready?” ripete la vellutata voce femminile che la platea ancora non riesce ad attribuire ad una figura ben definita.

Poi, da un angolo buio a lato palco, una silhouette di donna si avvicina al centro palco. Non serve che qualcuno la annunci o sveli al pubblico di chi si tratta. È Debby Harry, una delle artiste più importanti della storia del rock di quegli anni, donna leader di un gruppo composto da uomini, i Blondie, band simbolo della “new wave”, in quegli anni in testa alle classifiche di tutto il mondo con hits come “One way or another” e “Call me”.

Un occhio di bue illumina una il lato opposto del palco. Seduto, davanti ad una scrivania, c’è il padre della Pop Art. È davanti ad un PC Amiga 1000. Sul monitor compare un scatto in bianco e nero del volto di Debby. È un frame di un’immagine ripresa in quello stesso istante da una videocamera collegata ad un digitalizzatore video.

Come fosse matita o pennello, Warhol inizia a muovere il mouse del PC dando nuova vita a quello scatto con macchie di colore e monocromatismi trasformandolo in una inconfondibile opera di Andy Warhol. Di fatto, la prima di Warhol in digitale.

Dopo, e forse anche grazie a quella presentazione, Warhol iniziò la sperimentazione di nuove forme di arte digitale nel suo studio di New York. Morirà due anni dopo quella giornata di sperimentazione e computer art.

Arte e tecnologia: il ritrovamento delle opere digitali di Warhol

Le 18 immagini registrate nella memoria di quei floppy disk, e dimenticate per 30 anni, rappresentano i primi passi e le basi di quella rivoluzione dell’arte digitale che svilupperà al massimo il suo potenziale nel corso degli anni ‘90.

Nel 2011, un artista di Brookling, Cory Arcangel, vedendo le immagini relative al lancio di Amiga con l’esperimento artistico di Warhol, si chiede dove siano finite. Recuperato il famoso PC regalato a Warhol, tutt’oggi custodito presso il Museo di Pittsburgh, Cory Arcangel ha ritrovato anche i famosi floppy disk contenenti quel tesoro artistico rimasto per anni nella memoria di quei vecchi dischetti.

Riportare in vita quel tesoro nascosto non è stato facile, sono serviti tre anni. Tre anni per scoprire rivisitazioni in computer art delle opere più famose di Warhol come il barattolo della zuppa Campbell, la banana copertina dell’album dei velvet underground, il ritratto di Marilyn Monroe, un autoritratto dello stesso artista e una versione a tre occhi della nascita della Venere di Botticelli.

Quelle immagini resteranno a testimonianza di quanto nell’arte sia importante valicare i confini, sperimentare, abbracciare il nuovo, le tecnologie che avanzano, non restare ancorati alla necessità di ripetere un modello per quanto ben fatto e apprezzato dal pubblico. Non avere paura del nuovo. Usare ogni mezzo a disposizione per spingere il proprio messaggio artistico più lontano possibile.

“Quel giorno Andy Warhol ci ha dimostrato di non avere paura delle nuove tecnologie dell’arte, anzi le ha subito abbracciate – ha raccontato il direttore del Pittsburg Museum – voleva padroneggiarle, usarle come nuovo mezzo espressivo”. E aggiunge: "Quello che mi colpisce di questa storia è la velocità con cui Warhol abbracciò questa nuova realtà, trovandosi subito a suo agio anche con mouse e tastiera. Intuì subito le potenzialità dell’arte digitale".

Digital art: quando l’artista è il computer e il pennello è l’algoritmo

Ad osservarlo con attenzione nei dettagli, nei tratti del pennello, nella cupezza degli sfondi e degli sguardi, lo si riconosce subito: è un capolavoro (inedito o comunque meno noto) del grande Rembrandt.

È stato presentato il 09 Aprile del 2016 al è stata mostrata al museo parigino Jacquemart-André durante la mostra intitolata “Rembrandt intimo”. Il dipinto, un ritratto di uomo del 17esimo secolo con cappello nero collare bianco, baffi e pizzetto, non è stato ritrovato miracolosamente intatto in una vecchia soffitta, o donato al Museo da qualche generoso collezionista privato.

Il dipinto è tecnicamente un falso, ma nemmeno il miglior esperto d’arte specializzato nell’età dell’oro olandese, sarebbe in grado di accorgersene né tantomeno di provarlo.

Sì perché “The new Rembrandt”, questo il nome della tela, è un inedito frutto di un lavoro promosso da Microsoft e durato 18 mesi, elaborato attraverso il campionamento e la memorizzazione di 168.263 frammenti pittorici presi da un “corpus” di oltre 400 tele originali dell’artista olandese, acquisiti con scanner di ultima generazione e ad altissima precisione che hanno in parole povere dato vita ad una nuova opera originale di Rembrandt, studiando il DNA dell’artista e replicandolo.

Il codice è stato rielaborato dall’intelligenza artificiale che ha, attraverso software, algoritmi, big data, stampanti 3d e analisi dei parametri, dato vita a 148 milioni di Pixel che compongono il dna del “The Next Rembrandt”.

Computer art e intelligenza artificiale

Qualcosa di molto simile, per ambizione e risultati, è stato fatto anche da Google attraverso la tecnica del “deep-learning”, l’apprendimento approfondito che permette di alimentare una rete neurale artificiale con una quantità di dati attraverso cui possa dedurre regole, relazioni, motivi ricorrenti per poi produrre opere “alla maniera di...”. Immaginate quello che sarebbe possibile far rivivere con l’intelligenza artificiale.

Nel campo della letteratura, o della poesia ad esempio, l’AI potrà redigere dei testi come fossero usciti dalla mente dei grandi da Dante a Tolkien passando per Stevenson. Ci sono dei limiti per i robot che potranno redigere testi brevi e non una vera e completa creazione letteraria, potendo comunque diventare un domani più che prossimo una efficace e preziosa risorsa al servizio di chi scrive.

Arte digitale: un viaggio nella realtà aumentata

Nick Cave, Nathalie Djurberg, Hans Berg, Cao Feti, John Giorno, Carsten Höller e Pipilotti Rist

Sono i 7 artisti, filmaker, curatori d’arte del pionieristico New Museum di New York coinvolti nel progetto Apple sulle potenzialità della realtà aumentata.

Osservarla godendosi lo spettacolo e cogliendone la bellezza è certamente molto più facile ed efficace che parlarne. Descriverne la suggestione dell’AR risulta operazione non semplice che rischia di non rendere giustizia al lavoro degli artisti.

Ci proviamo comunque. Il progetto si chiama [AR]T, si tratta di installazioni immersive (si chiamano così, e sostanzialmente sono delle opere d’arte in cui il pubblico si può immergere), opere virtuali sovrapposte a paesaggi urbani reali, passeggiate interattive dentro “mondi” creati implementando il paesaggio urbano di Hong Kong, Londra, New York, Parigi, San Francisco e Tokyo.

Elemento necessario per avere accesso a questi mondi, è l’Iphone, lente attraverso cui vedere opere invisibili ad occhio umano. In questo progetto, il mondo reale è la tela bianca e la realtà aumentata è il pennello con cui dar vita all’opera d’arte.

“La realtà fisica non è un limite. È una tela infinita che va in tutte le direzioni” - Sarah Rothberg.


Libera Sibilla

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