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News / Innovazione e tecnologia / L'impatto delle nuove tecnologie digitali sui lavori del futuro: smart working e intelligenza artificiale

L'impatto delle nuove tecnologie digitali sui lavori del futuro: smart working e intelligenza artificiale

Si chiama “Future Digital Workspace”, letteralmente l’ufficio del futuro ed è, secondo molti, il modello che entro il 2021 gran parte delle aziende adotterà tra le sue policy.

Immaginate un futuro più che prossimo, abitato, per quel che riguarda il mondo del lavoro, solo ed esclusivamente da nativi digitali, Millennial e Generazione Z. Per intenderci, le generazioni che non hanno alcuna memoria delle cabine telefoniche, del VHS e delle fotografie in pellicola ritirate dal fotografo dopo 15 giorni. Mandata in pensione (tra 2 o al massimo 3 anni) la “Resistenza al digitale”, quell’esercito di nati tra gli anni ‘60 e gli ‘80, cresciuti con il Carosello e il telefono Sip a disco e diventati adulti con gli smartphone e le chiamate Facetime, a lavorare saranno solo i nati nell’era di internet e della rete (anche 5G) abituati fin da giovanissimi ad utilizzare le nuove tecnologie digitali in una quotidianità gestita interamente dall’intelligenza artificiale.

Quel domani è già oggi. Un oggi in cui sono sempre meno quanti si ostinano a rifiutare il confronto con la tecnologia IOT (l’internet of things, se non sapete cosa sia, è evidente che fate parte di essi), un oggi che verrà determinato da una selezione naturale che inevitabilmente emarginerà chi non è in grado di interagire con le applicazioni dell’AI.

Cosa c’è da sapere su tecnologia e lavoro:

Intelligenza artificiale e nuove tecnologie digitali: come saranno i lavori del futuro?

L’istantanea su tecnologia e lavoro, che emerge dal rapporto 2019 IDC future of Work1, ci mostra, in maniera plastica, il volto della rivoluzione aziendale in atto con un’intelligenza artificiale già parte integrante dei processi produttivi delle imprese.

Ecco l’equazione: Cultura + spazio + dimensione della forza lavoro = lavoro del futuro.

“La cultura per le aziende italiane è una priorità. Significa che il 54% del campione intende rivedere i modelli organizzativi e soprattutto concentrarsi su l'employee experience”. Lo spiega Roberta Bigliani, Executive Lead di Idc Future of Work Practice. “È la dimensione su cui c’è più attenzione nel panorama delle aziende italiane. Una sue due si interroga, tanto che in futuro si passerà ad avere un focus sulla employee experience perché le aziende hanno capito che è un elemento fondamentale per differenziarsi su un mercato sempre più competitivo”.

Grazie alle tecnologie digitali, dunque, il lavoro sta velocemente evolvendo. La rivoluzione in atto è davanti ai nostri occhi, se pensiamo quanto negli ultimi due anni sia stata già modificata la nostra realtà lavorativa.

Come rispondereste a questa semplice domanda: “La tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale e il loro conseguente impatto sui lavoratori rappresentano un’opportunità o una minaccia?”. La tecnologia IOT entra di forza nell’interazione tra dipendenti, modifica lo spazio di lavoro in favore di un digital workspace, accresce la mobilità, accelera l’accesso ai dati. La risultante di tale equazione è, almeno sulla carta, un aumento complessivo della produttività.

Tecnologia e lavoro: che cos’è lo smart working

Flessibilità e autonomia sono le due parole chiave dietro al significato di smart working. Per l’Osservatorio del Politecnico di Milano si tratta di è “un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo e azienda. Propone autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati e presuppone il ripensamento “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le attività lavorative anche all’interno degli spazi aziendali, rimuovendo vincoli e modelli inadeguati legati a concetti di postazione fissa, open space e ufficio singolo che mal si sposano con i principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità”.

L’Osservatorio parla di nuova filosofia manageriale che restituisce alle persone flessibilità e autonomia a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Mai come in questo specifico e difficilissimo momento storico, il mondo del lavoro si trova, per forza di cose, a confrontarsi con il tema dello smart working, snobbato fino a pochi mesi fa o concesso solo in casi specifici.

Le tecnologie digitali rappresentano l’elemento centrale dello smart working, che non può e non deve essere interpretato esclusivamente come lavoro da casa o da remoto (il telelavoro, è tutt’altra cosa). Lo smart working o lavoro agile è un processo più ampio e un progetto ben più ambizioso che tende ad una vera e propria trasformazione del lavoratore dipendente in professionista autonomo e responsabile, valutato solo ed esclusivamente in base ai risultati ottenuti.

Cosa significa smart working?

Quante volte abbiamo sentito i capi elogiare qualche collega solo per il fatto che fosse il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene? Ebbene, non è detto che questo arrivare per primi, andarsene per ultimi, e passare in ufficio davanti al Pc un tempo infinito o comunque maggiore degli altri, equivalga per forza ad essere più performanti.

Arrivare per primo sul posto di lavoro o spegnere la luce dell’open space a fine giornata non è sinonimo di maggiore produttività. Quantomeno non sempre. Ognuno di noi, in quanto essere unico e particolare, ha il suo modo, il suo tempo e il suo talento, diverso da quello del collega che ha accanto. C’è chi ha bisogno di un tempo X per portare a casa un risultato che magari un altro raggiunge in un tempo X al cubo. Fare smart working significa scendere in profondità.

smart-worker

Lavorare sull’attitudine, comprendere la specificità, incentivare la creatività di ognuno per promuoverne un pieno engagement e far sì che il lavoratore stesso si senta parte integrante di quel processo produttivo di cui sopra quasi come fosse un “imprenditore” e non più un dipendente.

Lavorare in smart working: l’importanza del digital workspace

Diventa a questo punto quanto mai evidente che lavorare in smart working non è solo una questione di spazio, ufficio o orario di lavoro. Fondamentale, parlando di Digital Transformation, è abbinare a tutto questo l’applicazione di nuove tecnologie avanzate che implementino la connessione tra gruppi nei processi di business con lo scopo di aumentare il livello delle prestazioni collettive e la produttività.

Le nuove tecnologie digitali sono il pilastro del lavoro agile, lo rendono possibile e ne sono un driver fondamentale. Sono le tecnologie digitali ad abbattere virtualmente i muri di un ufficio e trasferirlo in uno spazio diverso, che sia la nostra abitazione o uno spazio di coworking.

In questo digital workspace sono riproducibili le stesse relazioni, scambi e connessioni possibili all’interno di un ufficio. Le competenze digitali, funzionali al lavoro agile, devono essere trasversali rispetto ai profili tradizionali di un tempo, troppo circoscritti e non più adatti ai tempi e regole di un mondo del lavoro fluido che richiede ad ognuno la capacità di mutare pelle, accrescere e acquisire nuove competenze senza snobismi e chiusure. Le skill digitali garantiscono inoltre un impiego più a lungo termine delle professionalità del singolo.

L’Osservatorio del Politecnico di Milano parla, non a caso, di “nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione di flessibilità e autonomia a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Risultati che si vedono.

Lavoratore tradizionale vs smart worker

C’è uno studio interessantissimo2, promosso dall’Università Bocconi di Milano e co-finanziato dalla Commissione europea e dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, che mette a confronto la produttività di due gruppi, da 150 dipendenti ciascuno. Il primo è composto da un team di lavoratori “tradizionali”, che si recano al lavoro rispettando gli orari di ufficio, con timbrature di badge, mensa, pausa pranzo e quant’altro.

Il secondo è composto da smart worker, “liberi” per un giorno a settimana, di decidere dove e in che orari svolgere le proprie mansioni, slegati dai tradizionali vincoli d’ufficio.

L’esperimento è durato in tutto 9 mesi.

Nei primi 3 mesi, considerati di assestamento, la produttività maggiore è stata raggiunta dai lavoratori “standard”. Dal quarto mese si è registrato un notevole sorpasso degli smart worker che, a fine percorso, hanno ottenuto il punteggio maggiore con un incremento di produttività del 3-4%.

Secondo i responsabili scientifici del progetto, se si fosse andati avanti più a lungo, la produttività del team in smart working sarebbe aumentata esponenzialmente registrando un distacco netto e maggiore rispetto al risultato portato a casa dai lavoratori tradizionali.

Nei 150 smart worker la soddisfazione è aumentata del 6% a causa e grazie al maggior equilibrio tra vita privata e vita lavorativa. Una soddisfazione che riguarda maggiormente le donne, contente di poter lavorare seguendo più da vicino e con più attenzione anche le questioni domestiche e familiari. Come dire, sparito l’ancestrale senso di colpa che alberga in ogni professionista / mamma che (senza alcuna retorica) lascia a casa i figli per lavorare, tutto è più semplice. Ma questa è un’altra storia.

Gli smart worker sono più felici degli altri?

Non solo. Oltre ad essere più felici, secondo i dati dell’Osservatorio di Milano3, sono anche più coinvolti nel processo operativo dell’azienda, più motivati, responsabilizzati e soddisfatti del rapporto con colleghi e capi. Come se, paradossalmente, l’allontanamento fisico (per qualche giorno al mese) dalla sede dell’azienda rendesse più attenti, performanti e, di conseguenza, più produttivi. Un po’, insomma, come le relazioni a distanza, che funzionano proprio grazie alla lontananza.

Scherzi a parte, ecco i numeri elaborati dai dossier di settore, sui lavoratori agili e soddisfatti. Se il 76% dei lavoratori agili si dichiara molto soddisfatto della propria occupazione, solo il 52% dei lavoratori standard si allinea a tale sentimento di positività.

Lo smart worker manifesta maggiore empatia nel rapporto con i colleghi, guardati invece “in cagnesco” dai lavoratori standard. Chi fa smart working si sente pienamente parte del processo produttivo, sviluppa un maggior senso di appartenenza all’azienda per la quale lavora (frutto forse di una automatica forma di gratitudine nei confronti di una dimensione lavorativa dalla quale non si sente schiacciato).

Dicevamo all’inizio, lavorare in smart working significa maggior benessere del dipendente e maggiore produttività dell’azienda. I dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano lo dimostrano.

Ecco, in sintesi, i dati relativi al 2018:

  • 480 mila, i lavoratori coinvolti, in aumento del 20% rispetto al 2017

  • 15% di aumento di produttività medio dei lavoratori

  • 20% di riduzione del tasso di assenteismo

  • 30% di risparmio medio per le aziende sui costi di gestione

  • 41% di aumento della qualità degli obiettivi raggiunti

  • 80% il tasso di persone che affermano di aver percepito un miglioramento nell’equilibrio vita privata/lavorativa

Tornando alla domanda: “Gli smart worker sono più felici degli altri?”, questi dati sembrano dare una risposta chiara e decisamente affermativa.

Libera Sibilla


1“Future of Work, il modo di lavorare non sarà più lo stesso”. IDC, 17/01/2019.

2“Progetto E.L.E.N.A.”.

3Osservatori.net, “SMART WORKING. Il Lavoro Agile dalla teoria alla pratica”.

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